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University of Toronto

http://www.archive.org/details/miscellaneadistuOOgraf

MISCELLANEA DI STUDI CRITICI

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MISCELLANEA

DI

STUDI CRITICI

EDITA IN ONORE DI

ARTURO GRAF

COLLABORATORI

M. Barbi P. Bellezza E. Bertana

G. Boffito A. Butti G. A. Cesareo P. Ckistoni

V. Cian V. Crescisi B. Croce G. Crocioni A. D'Ancona

S. De Chiara C. De Lollis F. D'Ovidio A. Farinelli A. Fiammazzo F. Flamini

G. Fraccaroli G. Gigli E. Gorra G. Grober G. Mazzoni F. Movati

G.Paris— L. G. Pélissier E. Pèrcopo L. Piccioni G. Pitré

R. Renier V. Rossi A. Salza C. Salvioni I. Sa-

nesi P. Savj-Lopez E. Sicardi B. Soldati

A. Solerti P. Toldo P. Toynbee

H. Varnhagen N. Vaccal-

LL'ZZO K. VoSSLER

BERGAMO

ISTITUTO ITALIANO D'ARTI GRAFI^Il^ I903

Diritti riservati

AD

ARTURO GRAF

LUCIDO ACUTO INTELLETTO DI CRITICO

PENSOSA ANIMA DI POETA

DA PIÙ DI CINQUE LUSTRI

NELL'ATENEO TORINESE

MAESTRO

SAPIENTE GENIALE ED ALTO

QUESTO TRIBUTO

DI RICONOSCENZA D'AFFETTO D'AMMIRAZIONE

OFFRONO CONCORDI

DISCEPOLI AMICI ESTIMATORI

Giugno MCMIII

Comitato promotore delle onoranze: Emilio Bertana Vittorio Cian Corrado Corradino Dino Mantovani Rodolfo Renier Vittorio Rossi Ettore Stampini Luigi Valmaggi.

Sottoscrittori: Luigi Aceto Vittore Alemanni Ida Alteri Osorio Branconi A. Altieri di Sostegno Biagio Allievo Onorato Allocco

Oreste Antognoni Giannino Antona Traversi Giuseppe Anzi Vincenzo Armando Vittorio Amedeo Arullani I. Graziadio Ascoli

Associazione universitaria torinese Francesco Audenino Guido Audisio Adolfo Avetta William Axon Orazio Bacci Eugenia Balegno Irene Balegno Giovanni Balma Giovanna Baralis Or- sola Maria Barbano Francesco Barberis G. Battista Barberis -

inni Barbero Michele Barbi Felice Bariola Girolamo Bartoli

Alfred Bassermann Domenico Bassi Paolo Bellezza Antonio

Belloni Egidio Bellorini Silvio Bellotti Roberto Bergadani Carlo Bernardi Arturo Bersano Cosimo Bertacchi Nazario Ber- tazzi Alfonso Bertoldi Cesare Bertolini Giulio Bertoni Enrico Battazzi Alfredo Bezzi Giuseppe Biadego Leandro Biadene - Guido Biagi Biblioteca Braidense di Milano Biblioteca Cosentina

Biblioteca del Ministero degli Esteri in Roma Biblioteca di S. M. il Re in Torino Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze Bi- blioteca Nazionale di Palermo Biblioteca Nazionale V. E. di Roma Biblioteca Nazionale di Tori io Biblioteca Universitaria di Catania Biblioteca Universitaria di Pavia Biblioteca Universitaria di Pisa Ari- stide Biglione di Viarigi Ettore Bignone Giuseppe Binelli Cle- mente Bobbio Filippo Boffa Giuseppe Boffito F. E. Bollati di Saint Pierre Luigi Cesare Bollea Carlo Emanuele Bona Vincenzo Bona, ditta Carlo Bonardi Dino Bongini - Massimo Bontempelli

Luigi Borlengo Paolo Boselli Onorato Bottero Luigi Botti

Rachele Botti Binda Eugène Bouvy Cesare Bozzalla Carlo Braggio Emilio Brusa Gennaro Bruschi Attilio Butti Giuseppe Calligaris Bartolomeo Calvi Giovanni Camera Lorenzo Camerano

Jules Camus Luigi Cane Gustavo Canti Gustavo Caponi Giuseppe Carle Giuseppe Carra Dario Carraroli Francesco Carta

Severino Casana Casino di Società in Cosenza Elisa Castagnola Gattico Giulia Cavallari Cantalamessa Luigi Cerrato G. Alfredo Cesareo G. Pietro Chironi Paride Chistoni Mario Christillin Laura Ciceri Luigi Cigoli Carlo Cipolla Circolo Filologico di To- rino _ Dario Claris Carlo Clausen, libreria Enrico Cocchia Henri Cochin Gaetano Cogo Francesco Colagrosso Carlo Contessa Giuseppe Copperi Giuseppe Corradi Angela Coscia Alfonso Cossa

Bruno Cotronei G. B. Cottino Wilhelm Creizenach Olga Cre- monese - Vincenzo Crescini Benedetto Croce Giovanni Crocioni

Gaetano Curcio Giuseppe Dabalà G. Dalla Vedova Alessandro D'Ancona Francesco De Agostini Vincenzo De Bartholomaeis Santone Dabenedetti Francesco De Cardenas Stanislao De Chiara

Angelo De Gubernatis Charles Dejob Ildebrando Della Giovanna _ Lorenzo Delleani Cesare De Lollis Carlo De Magistris Giuseppe De Magistris Ettore De Marchi Pasquale D'Ercole Emanuele Da- rege di Donato Gaetano De Sanctis Enrico D'Ovidio Francesco D'Ovidio Ranieri Enrico Carlo Errerà Federico Eusebio Gio- vanni Faccaro Antonio Faiani Arturo Farinelli Sesto Fassini Luigi Fassò Lorenzo Fenoglio Achille Ferrari Luigi Ferrari Er- manno Ferrerò Corinna Ferrucci Antonio Fiammazzo Michele Fi- leti Carlo Fiorio James Fitzmaurice Kelly Francesco Flamini Giuseppe Flechia Arturo Foà Pio Foà Wendelin Foerster Antonio Fogazzaro Leone Fontana Arnaldo Foresti Silvia Fortis Giu- seppe Fraccaroli Alfredo Frassati Carlo Frati Vittorio Frutaz Guido Fusinato Paolo Gaffuri Giovenale Gamna G. M. Gamna

Gemma Garino Federico Garlanda Cristina Garosci Marco

Terenzio Garrone Giulio Gastinelli Lorenzo Gatta Alberto Geis- ser Giovanni Gentile Maria Gervasone P. Geusoult Giuseppe Ghibaudo Pietro Ghione Carlo Giambelli Antonino Giannone Giuseppe Gigli Efisio Giglio Tos Bortolo Gilardi Agnesina Giorgi

Cesare Goda Gatti Egidio Gorra Giacomo Gorrini Giovanni ti urini Ottavio Gracis Ernesta Francesca Grassi Vittorio Gra- ziadei T. A. Griletti Alessandro Grimaldi Gustav Grober Henri Hauvette Livia Hercolani Luigi Hugues Gaetano Imbert

Antonio Ive W. P. Ker Giuseppe Lampugnani Luigi Lampu- gnani Vittorio Lanfranchi Alessandro Lattes Elia Lattes Mas- simo Lerchentin De Gubernatis Attilio Levi Davide Levi Ettore Levi Giulio Levi Luigi Leynardi Liceo Ginnasio Carlo Botta d'I- vrea — Maria Lucat Emilio Lucio Alberto Lumbroso Albino Machetto Edgardo Maddalena Luigi Magni Arturo Magnocavallo

Giuseppe Manacorda Mario Mandalari Antonio Manno Luigi Manzini Mario Margaritori Riccardo Adalgiso Marini Maria Mat- talia — Luigi Mattirolo Guido Mazzoni Antonio Medin Giovanni Melodia Ulrico Menicoff Domenico Merlini Attilio Momigliano

E. T. Moneta Andrea Moschetti Jole Moschini Biagini An- gelo Mosso Adolfo Mussafia Andrea Naccari C. A. Nallino Giulio Natali Oreste Nazari Ferdinando Neri Costantino Nigra

Matteo Nolfi Andrea Novara Angiolo Silvio Novaro Dome- nico Novasio Francesco Novati Biagio Olivazzo Camilla Olivero

Domenico Orano Francesco Orestano Leonetto Ottolenghi Pasquale Papa Gaston Paris Ernesto G. Parodi Francesco Pa- stonchi Federico Patetta Mariano L. Patrizi Giovanni Patroni Mario Pelaez Leon Gaston Pélissier Flaminio Pellegrini Erasmo Pèrcopo Bernardino Peyron Domenico Pezzi Mario Piacenza Carlo Picca Luigi Piccioni Francesco Picco Emil Picot For- tunato Pintor Attilio Piovano Silvio Piovano Giuseppe Pitrè Alessandro Piumati Giuseppe Pochettino Vincenzo Poggi Man- fredi Porena Tancredi Pozzi Licinia Prato Martorelli Giovanni Angelo Rabbia Antonio Rado Pio Rajna Emilio Kambaldi Luigi Rambaldi Ilario Rapisardi Giuseppe Rasteri Cesare Ra- vello Alberto Reber Emilia Regis Hermann Rentschler Paolo Revelli Carlo Reymond Girolamo Ricaldone Costanzo Rinaudo

Hans Rinck Giuseppe Roberti Alessandro Roccavilla Antonio Rolando Mario Rosazza Francesco Rossi Giorgio Rossi Luigi Rossi Pier Paolo Rossi Giuseppe Rossotto Giuseppe Rua Fran- cesco Ruffini Giovanni Ruzzanti Gaetano Sacchi Marco Sacer- dote — Giovanni Sacheri Giovanni Saletta Mary Salvagny I Salvioni Giuseppe Salvo Cozzo Abdelkader Salza Ireneo Sanesi

Luigi Sansoni Beniamino Santoro Mercurino Sappa Paolo Savj Lopez Alfredo Saviotti Nicola Scarano Michele Schedilo Hein- rich Schneegans Arturo Segre Corrado Segre Giovanni Sforza

Enrico Sicardi Benedetto Soldati Angelo Solerti Silvia Stampini Angelo Taccone Peppina Thermignon Angelo Timo Adolf Tobler

Felice Tocco Pietro Toldo Aronne Torre Paget Toynbee Ludwig Traube Emilio Treves Giuseppe Treves Pia Treves Camillo Trivero Paolo Raffaele Trojano Giulio Urbini Nunzio Vaccalluzzo Pompeo Valente Hermann Varnhagen Marco Vat- tasso Carlo Verzone Alessandro Viglio Pasquale Villari Francesco Viscardi Girolamo Vitelli Karl Vossler Karl Wahlund

Alessandro Wesselofsky Berthold Wiese Fredrik. Wulff Fran- cesco Zambaldi Filippo Zamboni Enea Zamorani Paolo Zolin Giuseppe Zuccante Bonaventura Zumbini C. O. Zuretti.

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La versificazione delle Odi Barbare

^^ EL mio lavoro Sull'origine dei versi italiani toccai di fuga la poesia « barbara > (Giorn. stor. d. leti, it., XXXII, p. 20-21 n.), solo per additare il rapporto in cui essa sta con la usuale versificazione italiana, e così illuminare anche di rimbalzo la genesi di questa. Di più non potevo, in una dissertazione così densa, trascorrente per tanta distesa di tempo e di spazio, rivolta a dimostrar una tesi storica, schiva di venire pur in apparenza a polemiche che semplicemente storiche non fossero. Ma qualche lettore si rammaricò che in cambio d'una breve nota non avessi scritta una lunga appendice : ed eccomi a so- disfar alla meglio un tal desiderio. Il quale ben si comprende come nascesse. Allorché il volumetto delle Odi Barbare venne fuori, si scatenò un uragano di applausi, di malumori, di spie- gazioni e apologie; vennero in più voga studii per l'Italia nuovi, si ritornò a cose dimenticate. La confusione fu grande, le sguaiataggini non poche; le questioni facilmente si spostarono, i propositi del Carducci non furono nemmen capiti a dovere. Molti dilettanti si provarono al bersaglio teorizzando, senza riu- scire a dar nel segno, o non appieno; mentre i dotti dal canto

2

FRANCESCO D'OVIDIO

loro sentenziarono più in privato che in pubblico, e spesso alla stordita. tornava possibile che così non avvenisse. Ristretta ancora a pochi era una conoscenza non grossolana della me- trica greca e latina, e la nozione delle dottrine e consuetudini di scuola germaniche nella materia. Rammento che ci consul- tavano come se fossimo de' maghi in possesso d'un segreto ; e ci accadeva di dar responsi giusti in medesimi, resi pure opportuni dalla troppa innocenza altrui, ma che non arrivavano sempre al nodo della questione. E non ci arrivavano, perchè i quesiti ci venivan posti male o li frantendevamo, perchè ci mancava una cognizione precisa dei tentativi che più secoli prima del Carducci s'eran fatti in Italia, e finalmente e so- prattutto perchè a rispondere a tono ci sarebbe abbisognata un' idea chiara del come i versi italiani propriamente detti si fossero formati: e un'idea chiara non l'avevamo. Oggi parecchi l'hanno o son vicini ad averla, o almeno possono trovare un- fulcro al loro ragionamento in quell' idea appunto che io ho propugnata con ardore, e nella quale ho una fede più che mai sicura. Vero è che il fascicoletto dello Zambaldi, che già ne dava un abbozzo, ebbe molto e meritato credito; ma esso potea parere una troppo spiccia applicazione d' un principio troppo sistematico, atto a sedurre per un'illusoria semplicità. E con la esposizione asciuttamente scolastica non persuadeva i più dei lettori, bisognosi d'esser convinti con una larga dimostrazione, che si estendesse a tutto il campo neolatino e allegasse prove storiche, non solo schemi metrici; mentre insieme, pel continuo ricorrere alle notazioni musicali, sbalordiva o sgomentava coloro che in musica sono orecchianti od orecchiuti.

Sbollite le dispute, fatte più ardue e aspre dall'importuno inframettersi nella questione metrica le simpatie o antipatie per le qualità intrinseche della poesia del Carducci, abbandonata piuttosto che risoluta la controversia, quelle qualità intrinseche- parvero risolverla in fatto, se non in diritto. Ma è naturale che-

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE

all'occasione del mio lavoro si sia ridestata in taluno la smania d'una risoluzione anche teorica. La passione della polemica s'è quetata, ma il ricordo ne sopravvive; e v'è sempre un diletto particolare nel riandar le cose in cui è già finita la lotta e non è ancor cominciata la storia. Riandiamo dunque, ma con queste due riserve: che il penetrar nella sostanza del pensiero poetico, sia pure per meglio spiegare psicologicamente il perchè al poeta venisse in taglio la nuova forma, ed il come questa forma ab- bia reagito sulla sua poesia, non è il mio vero assunto ; e che di far la storia e la critica di tutti quei dibattiti, riconoscendo la parte di ciascuno che vi entrò, io me la sento, altri me ne deve ascrivere in qualsivoglia misura il proposito. Nessuno quindi fiuti tra le mie righe o coperti giudizii estetici, d'apo- logia o di censura, od allusioni a scritti matrici altrui, che forse neppur vidi mai. Ne rileggo, se non incidentemente, quel che allora lessi, cerco quel che mi sfuggì: mi bastan le remi- niscenze non del tutto svanite, e guardo direttamente al sog- getto, limitato alla metrica. Se non facessi così, non avrei tempo e modo di trattarne.

Quale agli occhi di molti parve che fosse l'ambizione del Carducci? Di far versi a piedi, non a sillabe; a quantità, non ad accento: di riprodurre insomma in lingua italiana i versi quantitativi delle lingue antiche, rompendola, almeno per alcun tempo, cogli usati versi italiani, regolati a sillabe ed accenti. I quali comunemente si credevano nati per generazione spon- tanea, non che per necessaria conseguenza della mutata strut- tura del volgare di fronte al latino. Ovvio era quindi obiet- targli: ma il volgare non ha più la quantità, e come pretendete far versi quantitativi? Perchè abbandonate, sia pure provviso- riamente e per un di più, la grande tradizione nazionale, arri-

12 FRANCESCO D'OVIDIO

sicandovi a un'impresa impossibile? Se i Tedeschi han potuto far buoni esametri e altre simili contraffazioni, gli è che nella lor lingua sillabe lunghe e brevi ci sono. Ma voi arrenerete, come già altri dal Rinascimento ai giorni nostri.

Or in tutto ciò v'erano esagerazioni parecchie. Non tutti i versi latini prescindono dal numero delle sillabe, che il saf- fico, per esempio, e l'adonio, e gli alcaici, e il falecio, e gli asclepiadei. hanno oltre il resto il numero fisso delle sillabe: e, per non dir dei tetrametri giambici e trocaici, gli stessi trimetri giambici, malgrado l'elasticità di cui furon capaci, soprattutto in certi generi, si potevan però fare secondo un tipo più puro, più conforme allo schema teorico, di dodici sillabe invariabil- mente. Sicché una delle obiezioni non valeva così per l'appunto contro gli alcaici e altri versi carducciani, come valeva e vale contro gli esametri, che in latino oscillavano fra le tredici e le diciassette sillabe, e contro i pentametri, che ciondolavano fra le dodici e le quattordici. Inoltre, non è esatto che la lingua tedesca, sebbene abbia vocali prolungate e una certa distin- zione tra lunghe e brevi, sicché in parole come bahnen bàJien Etire cure si possa ravvisare un trocheo, possegga proprio la quantità nel senso preciso che intendiamo del greco o del la- tino o del sànscrito.

Neppure è esatto che le lingue neolatine siano interamente prive di quantità. Spieghiamoci, la quantità latina è andata perduta del tutto, e il fonologo soltanto ne riconosce la traccia indiretta nella differenza tra puotc e pone, tra fiero e feci, tos- sico e conosco, ésca ed ésca, gola e fumo, pero e miro, agosto e giusto, detto e scritto, e via discorrendo all'infinito; ma ciò non vuol mica dire che le lingue romanze non possano avere una lor propria quantità, di carattere tutto fisiologico ed eufo- nico, scevra d'ogni legame storico con la quantità latina. Un bel capitolo sulla quantità romanza sta sulla fine del primo vo- lume della Grammatica del Diez; ed in esso, se qualche idea

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE

fondamentale è discutibile, se qualche altra è addirittura da re- spingere (per quanto concerne gì' insegnamenti degli antichi grammatici provenzali io sono stato sempre del parere di Paul Meyer e di Mila y Fontanals, che vocali larghe e strette sian da intendere nel senso italiano e non di lunghe e brevi), se v'è una confessata perplessità su certi particolari ragguagli, c'è però nel tutto insieme una verità innegabile, colta dal grande filologo col solito suo garbo. In ispecie il francese ha a modo suo una quantità, e non ci vuol molta scienza per conoscere o intravedere che è lunga la vocale di àge àme gràce mùr tète tàche pècher fobie //eros ecc., e breve quella di courage madame face tache pécher table caprice ecc. ecc. Notevole è la falange delle voci come tremble trembler, per la nasale lunga. E vero che molte parole restan dubbie, che se la sillaba perde l'ac- cento quasi di regola s' abbrevia, che nella somma le brevi sono assai più che le lunghe, che basta la collocazione diversa d'una parola nella proposizione per farle perdere la lunghezza della vocale, che l'accento oratorio può così avvalorare come sopprimere certe distinzioni, che la moda può molto ; e che il grammatico più benemerito in questa faccenda, il vecchio Béza, ammoniva gli stranieri di guardarsi dalle esagerazioni, e come Eosse minor male pronunziar tutto breve che correre il rischio d'allungare indebitamente. Ma a buon conto una quantità fran- cese esiste, e lasciamo andare se sia poi tale da potervi fondar su una versificazione quantitativa. Per ciò che riguarda I' ita- liano, il Diez insegnerebbe che riesca un po' più lunga la vo- cale accentata in sillaba aperta {vita pero) che non quella in posizione {vitto cerro, vista gente...) e che la vocal finale ac- centata {amò) sia breve, com'è pure in ispagnuolo.

Convien indugiarsi qui un poco. Che vi sia una diffe- renza di quantità tra IV di vita e quel di vitto o vista, molti Italiani stenteranno a capacitarsene, o, se mai, la dovran tro- vare quasi impercettibile. I Meridionali, sì, non potranno ne-

FRANCESCO D'OVULO

gare che nelle voci piane {nutro amore) pronunziano molto stra- scicata la vocale accentata; di che però i Toscani li deridono. Minore strascico soglion fare se la vocale è in posizione, come in porta cesta carro passo e simili. Omettiamo di discendere a casi speciali di certi dialetti, come per esempio dove il verna- colo di Napoli dice aaa casa per a la casa. Vi si ha addirit- tura una somma di tre more, il pinta della grammatica indiana, anziché la doppia mora che di solito si ascrive alla lunga greco- latina. E forse lo stesso è a dir di muro, amore, e gli altri casi simili, in certi vernacoli o su certe bocche o in certi momenti. Ma anche qui, a prescinder che si tratta di fenomeni regionali, han luogo gran differenze da paese a paese, da individuo a individuo, da un posto a un altro che la parola abbia nella frase. Fondar su ciò una poesia metrica tornerebbe assurdo anche per il solo Mezzogiorno '). Fondarla toscanamente sulla lieve differenza, fosse pur vera, che si volle ravvisare tra vita e vitto e simili, sarebbe cosa anche in un altro senso assurda, poiché al poeta occorre, caso mai, la quantità della sillaba, non della vocale presa in sé; e la prima sillaba di vitto vista, pur contenendo una vocale breve, sarebbe lunga per posizione, non meno che la prima sillaba di vita, se davvero questa avesse un i lungo. Insomma codesta via non mena a niente; ma io mi ci dovevo affacciare per iscrupolo d' esattezza, e per ri- conoscere che la sapienza filologica oppostasi al Carducci non era perfetta, poiché mostrava d' ignorare quel che la filologia romanza aveva indagato sulla quantità di nuovo genere che pur è o pare che sia nelle lingue nuove. Quando si fa il dot- tore addosso a qualcuno, bisogna che la dottrina sia com- pleta.

E non basta. Oltre la quantità novellina, le lingue romanze

1) U discarso si potrebbe estendere in ugual modo ad altre regioni, come, puta caso, la lombarda; dove la finale di Milan, felicità e simili, suol esser talora strascicata in un modo strano, * quale importa non solo un tempo lunghissimo, ma una specie di moJn- l azione sgraziata, il Parodi ha ora trattato di proposito le lunghe del genovese.

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE

hanno una quantità veramente ereditata dal latino; e di una eredità inalienabile, poiché ha un fondamento fisiologico, e si è anzi accresciuta per ulteriori acquisti. In parte ne h< i toccato or ora di sbieco. Voglio dire della quantità di posi- zione, oltreché poi di quella dei dittonghi e delle crasi. A spie- garci subito con qualche esempio, la prima sillaba di cervo, e la prima e seconda di percosso, è lunga per posizione più meno di quel che era nelle rispondenti voci latine. E del pari lungo è rimasto per essenza sua il dittongo di neutro Eu- ropa lauro aurora cui e sim. ; come lungo é, quando conta per una sola sillaba nel verso, cioè normalmente entro il verso, il dittongo di nuova formazione che abbiamo in noi poi dai vi ti sei, feudo laido, fai bei quei figliuoi e simigliatiti. S'ag- giungano tutti i casi in cui la sinizesi possa fare una sola sil- laba di due vocali attigue o divenute attigue, come in Eolo Enea facea, mio tuo, e va dicendo. Non metto in campo i dit- tonghi ie e no, sia di nuova schiusa e non suscettibili di die- resi, come quel di fiero, primiero, buono, sia risultati da crasi e suscettibili di dieresi, come quel di oriente paziente quieto pietà ; giacché costì I' * e V u sono ormai vere consonanti (j\ w all'inglese), non meno che in quasi distinguo tacqui, guerra, epperò, come tutte le consonanti che precedono la vocale, non devono influire sulla quantità della sillaba. Lo stesso dicasi di altri apparenti dittonghi, come in chiaro ghiaccio piano pieno biasimo fiato.

Per tornar un momento alla quantità di posizione, la filo- logia del secolo XIX ha finito col ricuperare l'autentico esano concetto degli antichi, i quali la riponevano nella sillaba, non nella vocale, che per conto suo poteva poi essere naturalmente breve come in septem (srr tz) o lunga come in nosco (yiyvw<;;M<>). Anche il senso originario del termine « posizione ; fu ripe- scato: con esso intendevano dire convenzione », contrapposto a « natura », come quando noi contrapponiamo il « diritto pò-

16 FRANCESCO D'OVIDIO

sitivo » al « naturale ». Solo sull'alba del medio evo si co- minciò a frantendere e a vederci la « postura », la situazione della vocale innanzi a un gruppo di consonanti o a consonante doppia; il qual malinteso agevolò l'erronea percezione che pro- prio la vocale divenisse lunga, per trovarsi situata a quel modo. Sennonché un malinteso o un'iperbole era stata pur quella dei tempi classici, di qualificar come « convenzionale » la lun- ghezza della sillaba in tal condizione. Poiché il vero è che sif- fatta lunghezza è tanto naturale quanto quella della vocale lunga per natura, e risulta dal doversi sommare col tempuscolo preso dalla vocale anche quello richiesto dal proferimento della consonante che le si addossa; come si vede, poniamo, in vàl- de di fronte a va-li-dus e in cur-rus fi s-sus e sim. Par che il conto non torni pei casi come gutta, che solo per simbolismo ortografico e non per realtà fonica si partisce in gut-ta; ma torna lo stesso, giacché sillabando gu-tta si sente che la prima sillaba non è tranquilla come quella di gala, ma vi si addossa la preparazione del suono, che poi esplode con la seconda sil- laba. La convenzionalità della cosa consistè dunque soltanto in ciò, che nel verso si calcolarono come perfettamente identici il peso o il tempo di sillabe quali son le sillabe iniziali di no-tus rios-co hos-pes, mentre le loro lunghezze han qualche divario tra sé. Ma tanto è vero che la lunghezza di posizione non fu un capriccio o artificio dei poeti, che essa ha sull'accento latino la stessissima efficacia della lunghezza per natura: come riu- sciva intollerabile fare sdrucciolo amicus, così il fare sdrucciolo acerbus. L'italiano (a tacer qui delle altre lingue romanze, per non portar la lunghezza anche nel mio discorso) serba la me- desima intolleranza ; che, salvo pochissime eccezioni più o meno spiegabili, come Taranto, mandorlo, Albizzi o involontarie e sui generis come leggerlo leggevanlo e sim., non si sognerebbe mai di favorire un tipo accentuale come acerbo. Di tutto ciò ho minutamente esposto la storia e la teorica in una disserta-

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE

/.ione che diedi alla Miscellanea Caix-Canello, e il ciel mi guardi dal volerla ripetere. Codesto riassunto m' è servito per venir a concludere come ai critici del Carducci, neganti ogni distinzione quantitativa alle sillabe italiane, si sarebbero potute imporre molte restrizioni.

Volete trochei ? si poteva dire ebbene pigliate : carne certo mensa passo vista tempio bello brutto figlio degno pesce Euro lauro causa inaisi mainò e via e via e via. Astraggo per ora dall'accento, e solo considero che una vocale semplice, fuor di posizione e non accentata, è evidentemente breve; sicché la seconda sillaba di carne è così indiscutibilmente breve come di certo è lunga la prima. Volete giambi? volar patir, o, sempre astraendo dall'accento, volan, e così via. Spondei? por tan portar causar augel augei... Dattili? dattero leggere seni, plice pendolo portano portalo passero augure Eupoli; e vi fo grazia del resto. Che vi disperiate forse per gli anapesti ? ri- derelli morirai patiran... Pegli anfibrachi? codardo vederlo ve- desti... Pegli anfimacri? invitar oscurai!... Ditrochei son passe- rotto canteranno Margherita ecc. Dipodie giambiche risorgerai ritorneran ecc. Se vi salta il ticchio che vi si avventi contro anche qualche molosso, eccoci: ammainar incolpar affrettali. Combinazioni e alternanze di lunghe e brevi sono dunque pos- sibili pur in lingua italiana.

Pigliamo due versi di Dante :

Ed ei s'ergea col petto e colla fronte, Come avesse lo inferno in gran dispitto.

Son tutte sillabe lunghe, tranne l' ed, il la di colla, il te di fronte, le due sillabe che aprono il secondo verso (com 'a), la sillaba finale di avesse e di dispitto. Pigliamone altri due :

Come ne' plenilunio sereni Tnvi'a ride tra le ninfe eterne.

FRANCESCO D'OVIDIO

Qui tutte brevi, eccetto la prima di ninfe e la seconda di eterne, ed eccetto pure la seconda di come e il tra, se Dante pronunziò a modo del toscano odierno, cioè traile e come mie' (cfr. comecché). E certo, nell'opposto effetto estetico che le due coppie di versi producono, v'entra per molto V abbondanza delle lunghe, qua delle brevi; oltre, s'intende, l'asprezza dei quattro erre complicati e di altre consonanti, e qua le due die- resi dolcissime. Nella solita nostra poesia cotali lunghe e brevi non son che mezzi di stile e d'armonia imitativa (prendendo questa anche in un senso più sottile dell'ordinario), non già elementi che sian calcolati per la struttura del verso; ma alla fin fine lunghe e brevi ci sono, e l' idea di fondarci sopra un metodo di versificazione non è assurda, in teoria almeno. Si sarà intanto notato che ho proseguito a prescinder dall'accento, e che d'altra parte ho considerato come lunghe per posizione quelle voci monosillabe, o quelle sillabe finali di parola, che to- scanamente fan raddoppiare la consonante iniziale della parola seguente, quali sono e, a, è ecc., come ecc., amò bontà e tutte le voci tronche in vocale. In amò lui l'iniziale del pronome, benché ciò non apparisca dall'ortografia moderna, è doppia più meno che in amollo, dove la cosa è manifesta anche all'occhio. Cosi è che nel primo verso di Dante ho dovuto con- siderare come lunga per posizione anche Ve di e colla. Orbene, con una tal prosodia, tutt'altro che fittizia, potremmo mettere insieme, per esempio, un esametro come

A noi tosto recandosi con rilucenti facelle,

ovvero, se si vuol la cesura,

A noi tosto farai portar rilucenti facelle.

che nulla avrebber da invidiare, per ciò che concerne la quan- tità, al più esemplare verso di Virgilio.

LA VERSU'ICAZIONE DELLE C)l>[ IlARBARIi

Fu questa la via per cui suppergiù si mise il Tolomei e fece una scuola. E fece pure un bel fiasco. Aveva egli grande acume grammaticale, così da precorrere in più cose la mo- derna glottologia romanza, ma gli mancava l'ingegno poetico. Correndo appresso alla fantasima d'una nuova poesia toscana, sprecò il tempo; e subordinando a quella il suo lavorìo di gram- matico, lo traviò spesso, e tanto Io rallentò, che finì con esser lui vittima d'una specie di plagio per opera di Celso Citta- dini l\ Per poeta il Tolomei era troppo unicamente filologo, per filologo ebbe troppo il capo alla poesia. Nelle norme pro- sodiche da lui fermate ve n' è alcune giuste, che la filologia moderna gli ruberebbe se già non le trovasse sulla propria via ; sennonché non solo aberrò qua e pur nella specifica- zione delle norme giuste, ma ne strologò altre o ingenue o ar- bitrarie o capricciose. Dato poi e non concesso che le fosser tutte ragionevoli, non sarebbe stato ragionevole lo sperare che si potesse seguirle appuntino, senza distrarsi, né, quel che è più, che con una tal bilancina alle mani si giungesse a fare vera poesia. Una casistica a quel modo può rallegrare, se mai, l'acume del filologo, non già incanalare la vena del poeta : il quale ha bisogno d'una norma istintiva, pure se ha l'arte di rifarcisi all'occorrenza per riflessione, e se bada altresì a norme secondarie più consapevoli e compassate. Difatto, tra i seguaci del Tolomei fallirono dal più al meno anche coloro che posse- devano un tantino più di sentimento poetico. E fallarono tutti, non di rado, nel praticar le pretese norme, come fallò talvolta lui noi ragionarne gli esempii :'. Rimaneva impigliato nella ra- g na da medesimo fabbricata 3K

1) Cfr. Sensi nell'Archivio ico XII, MI sgg., •■ nella Rassegna bibliografica 1. I. '.. I, 132 sg£.: e il mio articolctto, ibid. 46 Sgg.

2) Si guardi nel volume del Carducci, La r bara nei secoli A'!' e XVI, in ispccie a |)[). 419, 424. 435.

! i i voluto, in parentesi, veder di raccogliervi qualcosa per la grammatica storica

FRANCESCO D'OVIDIO

mi ci vo' impigliar io, ma devo pur richiamare qual- cosa. Della licenza latina, che nella cesura dell'arsi la sillaba breve conti per lunga, ne faceva una regola fissa. Contava poi quei, via, cui e sim. come una sillaba breve, fuorché in fin di verso o in cesura, e salvo altre eccezioni per le quali riman- dava ai suoi futuri Dialogi. In voci come lauro scioglieva per norma il dittongo in due brevi, quando invece costì la dieresi è anomala e appena tollerabile. Computando come una lunga buoi e sim., vi contava all'occorrenza una lunga seguita da una breve; e attribuiva importanza, per la quantità, ai gruppi di consonanti che precedono la vocale, come in grido crudele spi- rito adom-bra ! Mentre viceversa la vocale isolata gli pareva rimanesse sol per questo abbreviata; cosicché, poniamo, fosse breve l'iniziale di era, e anfibia quella di eravi, quantunque se- condo lui era sarebbe stato lungo per natura sol perchè ha Ve aperta. E codesta era la sua maggior ubbìa: che fosse lungo Vo e Ve aperto, ch'ei chiamava « grande », breve Vo ed e chiuso o « picciolo ; sicché core posa bene fosser trochei, e pone vero pirrichii; e così posati dattilo, posero tribraco. E cr edesi a- vrebbe avuto la prima breve, stante la vocale stretta, se per il gruppo di consonanti iniziale non fosse divenuto ancipite ! Che garbuglio! Ancipiti reputava poi le altre tre vocali, se ac- centate; quindi potersi adoprare così per breve come per lunga la prima sillaba di caro vile luce simile ". Breve invece, benché

ed ecco la piccola messe. Dalla teoria e dalla pratica della scuola risulta che dopo le voci come e dove non pronunziavano doppia la consonante iniziale della parola seguente (quando fanno valer per lunga la seconda sillaba di come, non è per posizione, ma per cesura); il Tolomei avvertiva che in Toscana poteva variare da luogo a luogo la pro- nunzia dell'articolo dopo il monosillabo capace di produrre raddoppiamento, e quindi fosse del pari toscano da le, ira le ecc., come dalle traile ecc., sicché il poeta potesse scegliere ; e pronunziavan vola con o stretto ; e zoccolo con la zeta sorda. Inesplicabile mi riesce che attribuisse all'articolo nei gruppi l'alma, Vore, la capacità di allungare o no per posizione la sillaba precedente: non so o non ricordo che in qualche luogo di Toscana l'articolo suoni mai da Ilo Ila come a Napoli! Il Tolomei ci attesta pure proferirsi lunga la vocale di dell oh ah, e non venirne raddoppiatala consonante iniziale della parola seguente.

1) Codesto concetto, per quanto strano in sé, era pure una conseguenza del falso principio che la larghezza della vocale equivalga a lunghezza, e la strettezza a bre-

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE

sarebbe stata di sua natura ancipite, l'iniziale di umile, sol perchè spoglia di consonanti ; e lunga la prima sillaba di spirito, mal- grado la vocale ancipite, sol perchè questa v'è preceduta da un tal gruppo di consonanti! Curiose chimere; ma quando ri- penso che gì' insegnamenti dei grammatici provenzali poteron sulle prime suscitare nel Diez il sospetto che coloro dessero per lunghe le vocali larghe e per brevi le strette, mi vien da chiedermi se il paradosso del Tolomei non fosse per avventura collegato a un travisamento simile della tradizione provenza- lesca in Italia, o non mettesse capo a una comune fonte d'er- rore, quasi strascico di equivoci medievali circa la termino- logia dei grammatici latini. Per un uomo dotto è più legit- timo supporre questo che non un mero capriccio. Checchessia di ciò, egli poi teneva che core, anche troncato in cor, avanti a parola cominciante per vocale restasse lungo per natura ; come restasse breve ver {vero), e ancipite vii, e via dicendo. Faceva però netta distinzione tra le voci bisillabe e le trisillabe, ed in queste poneva sempre lunga, anche se stretta, la vocale accentata parossitona; quindi in valore, parere, la sillaba di mezzo era lunga senz'altro. E così pure in natio, ma con la riserva che in mezzo al verso il vocabolo divenisse bisillabo (na-tio) con la seconda lunga, sicché costituisse un giambo. Per aita prende abbaglio, ponendovi 1' i breve ed esemplificando ciò con un pentametro ove in effetto conta per lungo (p. 432 del citato libro del Carducci). I trisillabi sdruccioli invece li trattava come i bisillabi, secondo che s'è già visto in posati e pósero. Nei quadrisillabi piani trova due accenti, valoróso, e tratta la sillaba iniziale come ancipite, qual secondo le sue re- gole sarebbe in vale. Ecco scanditi due versi. In

Ella per antiquo sentier, per ruvido calle,

vita. Se isccndeva logicamente che le vocali a, i, ti, non potendosi suddividere in larghe e strette, non si possano suddistinguere in lunghe e brevi, e quindi siano adopcrabili come •lunghe e come brevi, ossia ancipiti.

FRANCESCO D'OVIDIO

ella per è un dattilo, con la prima lunga per posizione, la se- conda breve per natura, la terza perchè è particella, che non s'allunga se non per posizione. Ariti è spondeo, ove la seconda è lunga perchè penultima accentata d' un trisillabo. Quo seti spondeo, con la prima, di natura breve, fatta lunga dalla ce- sura. Tier per spondeo, per posizione. Ruvido dattilo, perchè Yu accentato, preceduto da vocal semplice, è ancipite, e si può far lungo. Nel pentametro

Allor l'istessa Venere, non simile,

i primi due piedi spondei per posizione, sa fatto lungo per la cesura; Venere dattilo, con la prima vocale lunga perchè a- perta; non simi dattilo, col si computato breve, poiché Vi ac- centato è ancipite. Misericordia ! Venere e simile trattati di- versamente !

I nostri lettori ne avranno abbastanza, ma a noi conveniva mettere in rilievo che in cotal sistema tolemaico di prosodia l'accento non è considerato come causa costante di lunghezza della vocale, o di convenzionale parificazione d'ogni vocal ac- centata a vocale lunga. Certi effetti per la quantità gli sono at- tribuiti, ma condizionati, spesso volubili, spesso indiretti. Inoltre, il maestro fé' conto come se il verso latino risultasse sol dalla successione di sillabe lunghe o brevi, non già anche dalla po- stura delle arsi, quasi che, poniamo, l'essenza dello spondeo stia tutta nelle due lunghe, non anche nell'avere, come il dat- tilo, l'arsi sulla prima sillaba. Noto la cosa, senza pretender di dire s'egli avesse ragione o torto. Non solo non pensò di ri- correre all'espediente, oggi proprio degli esametri e degli altri versi metrici tedeschi, di far cadere l'accento dove il latino a- veva l'arsi, ma ne rifuggi, statuendo che nella cesura non s'a- vesse a far mai capitare una sillaba accentata. L'esametro che abbiamo allegato dianzi, se invece di cominciare Ella per an- tiquo, avesse cominciato Ella per ascoltar, ei l'avrebbe biasi-

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE 23

mato. Tutto per lui doveva esser quantità, nient'altro che quan- tità; e l'accento non c'entrava se non per ciò che in certi tipi di parole e in certi casi contribuiva più o meno a determinare la quantità.

* * *

Ancor più ingenuo e molto più spiccio fu il campano Min- turno, sebbene non vi si riscaldasse, rimettendosene, con molta deferenza, a quanto sarebbe per insegnare il Tolomei : « di « grandissima dottrina, e di sommo ingegno, e di raro giudicio ». Della nuova arte « egli ben diede al mondo, già sono molti « anni, assaggio: ma non parve, che '1 volgo ben l'assaggiasse ». i ili è che tra le sottigliezze del monsignore sanese e la disin- voltura del vescovo di Ugento, chi aveva ragione era proprio il volgo. Sul relativo luogo dell'Arie poetica già richiamò l'at- tenzione il Bonghi n. Il criterio del Minturno suppergiù si ri- duceva a tener lunga ogni sillaba di posizione, e lunga ogni vo- cale che tal fosse nella parola greca o latina donde l'italiana deri-

I) Trascrivo il brano che è a p. 109 dell'opera (1563) : e A' piedi che lambì si « chiamano, simili farei due svllabe ; nel mezzo delle quali sia niuna consonante. Come

< sarebbe a dire, Io, Suo, Lui: o non più d'una: purché la prima syllaba sia breve: come « sarebbe Amo, Fede, Rosa. E tutte quelle particelle di due syllabe, che nella Greca, o « nella Latina favella, dalla quale elle si derivano, lunga non hanno la prima. AgliSpou- « dei due syllabe lunghe. Chiamo lunga syllaba quella cui seguono due consonanti :

< come vedete nelle prime syllabe di queste voci Fronde, Canto: o che nell'origine sua « lunga si trova quali sono le prime in queste Dono, Caro: perciocché nel Latino, onde

- elle vengono, sono pur lunghe: et ogni syllaba innanzi all'ultima, s'havrà l'accento,

< sarà da noi nelle voci di più svllabe lunga reputata : qual'è in queste voci Ardeva,

< Signore, Sedere. A' Trochei due syllabe, delle quali sia lunga la prima; e brieve la

< seconda: quali sono queste, Legge, finge, vista, pone, scrive, cara, diva. Brieve syl- « laba innanzi all'ultima dico quella, innanzi alla quale un'altra ha l'accento : qual'è m e queste particelle. Scrivere, lucido, candido, pessimo. E dell'ultime syllabe, qualunque « in Latino, o pur in Greco, ond'ha origine, e brieve: sicome in quelle voci, Fondo, « parto, dono, lieto, caro, pena, pianto, lutto, dolore, colore, fiore. Laonde in questa « nostra favella pici abbondano i Trochei, che qualsivoglia altra maniera di piedi. Al

- Dattilo qual voce assomigliaremmo? qual altra, se non quella, ch'essendo di tre syllabe e ha l'accento nella prima, la qual non sia brieve: quali son le sopradette Scrivere, lu- c cido, candido, pessimo. E tutte tre syllabe, delle quali essendo lunga la prima le due « seguenti saran brevi, faranno tal piede, t^ual sarebbe a dire, il bene, cuor mio. Ana- pesto diremo il pie di altrettante syllabe: delle quali brieve sia cosi la prima, come la e ieconda, e l'ultima lunga: qual'è Validi. Choreo similmente il pie d'altrettante syllabe ; « ma tutte brevi ; qual'è Varia ».

FRANCESCO D'OVIDIO

vasse. Considerava dunque come trochei legge finge vista, pone scrive cara diva, e notava che i trochei abbondano. Considerava come dattili candido pessimo, scrivere lucido. Come anapesto va- lidi] Come tribraco choreo ») varia. Pei giambi veniva il guaio, ma egli s'attaccava a parole con la vocale in iato, come suo lui io, o che in latino avessero la prima breve, come amo fede rosa. Spondei gli parevano invece fronde canto, dono caro. Anche a menargli buono quel che concerne le sillabe non finali, per queste ultime la perplessità sua è grande, e un criterio, buono o cattivo, non si afferra. Dal preteso anapesto validi, dallo spon- deo fronde, dal giambo amo o fede, si direbbe ch'ei s'attenga alla quantità della finale latina; ma a che s'attiene quando per giambo rosa e per trocheo cara, e dopo registrato dono e caro tra gli spondei, poco più giù li imbranca tra le parole con la finale breve? Si direbbe quasi che dove tocca degli spondei egli non pretenda di dar parole che formino di per uno spondeo, ma tali che, per la lor prima sillaba lunga, possan fornire allo spondeo la seconda delle lunghe ond'esso ha bi- sogno. Se così è, questa parte del suo discorso stona con tutto il resto, dove per necessità le parole che arreca come esempii danno intiero il piede, anzi in effetto parola e piede coincidono interamente. Chi pei giambi parla di amo, pei trochei di finge, e così via, non può sfuggire tale coincidenza. Il vero è che in un cenno fugace ei si permise di non essere in ogni cosa e- splicito ai lettori, magari nemmeno a stesso. E tanto si specchiava nel latino, che non solo avrebbe ingoiato dattili come il bene, cuor mio, ma dimenticava che non tutte le pa- role italiane son d'origine latina o greca, o non lo sono in modo evidente, cosicché a non volerle escludere tutte dalla poesia, cioè a non volersi assumere un' impresa impossibile, sarebbe stato necessario escogitar norme prosodiche anche per esse.

In verità che quando vediamo il Tolomei adoperarsi a spaccare il capello almanaccando un divario di quantità tra Ve-

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE

nere e simile, ad onta d'ogni verità effettuale e in barba allo stesso latino (J'rmis, similìì), e quando il Minturno, facendo conto che persista in italiano la differenza latina tra rosa e cara, tra validi e varia, par come un uomo divenuto calvo che pre- tenda mostrar la sua disperazione strappandosi i capelli che non ha più, non sappiamo chi dei due sia peggio rimbambito. Ma ingiusti ancor più saremmo noi, se non ci mettessimo nei panni, o ne' piedi, di quella brava gente. Tra il risorgere e il rifiorire della coltura antica; con la lingua latina che in un certo senso era tuttora una lingua viva, per la prosa e per la poe- sia, per l'Italia e per tutta l'Europa colta, non che per le na- zioni latine ; con quella lingua che seguitava ad essere, come nel medio evo, ma ormai con più sincere fattezze, una favella internazionale o universale, che però per l'Italia era pure una gloria domestica, e causa e titolo di novella preminenza in Eu- ropa; con una specie di rimorso che provavano a sguazzar nella lingua volgare, che quasi tutti ritenevan derivata da cor- ruzione e imbarbarimento, e nella poesia volgare, che ricordava loro una specie di sottomissione alla Provenza, e ai loro occhi appariva quasi come ai nostri la poesia vernacola, salvo le pro- porzioni enormemente più grandiose : è naturale che sentis- sero la smania di raccostare la lingua e la poesia volgare alla lingua e poesia latina, e la velleità di romperla in certo modo con quel medio evo linguistico e poetico che era la poesia ri- mata, né quindi s'accorgessero abbastanza delle puerilità a cui trascorrevano, e che il loro sforzo era un arrampicarsi sugli specchi. Ma la forza delle cose potè più delle loro velleità e smanie, e spazzò presto quelle prosodie posticce, che facevan loro « gelar le vene » assai più veramente che non facessero, come pretendevano, gli occhi della donna amata e cantata. Cantata con le dita e col naso in continuo moto, per computar le sillabe lunghe e brevi '

FRANCESCO D'OVIDIO

Lasciamo un pochino l'Italia: non per la Francia, i cui bal- bettamenti metrici del Cinquecento, con la ior piccola ripresa nel Settecento, non furon sostanzialmente diversi dai nostri; per l'Inghilterra, che nel Rinascimento procede come l'Italia e la Francia, e quando poi nel secolo XIX ripigliò il tentativo, non lo fece che sull'esempio e col metodo della Germania. Ne toccò abbastanza il Chiarini nel suo buon lavoro. Volgiamoci alla sola Germania; non per quel poco che vi si tentò nel se- colo XVI, conformemente agli altri paesi, ma per la grande fioritura e il nuovo metodo del XVIII, l'una e l'altro continuati con tanta insistenza nel secolo testé finito. Quivi è la vera no- vità nella riproduzione dei metri antichi; il tentativo fortu- nato, entro certi limiti ammesso comunemente, e la felice riu- scita in cospicue opere poetiche. Dopo il Gottsched (1730), ven- nero il Klopstock, il Kleist, il Vosz, il Goethe, lo Schiller, il Platen, l'Hamerling; a tacer d'altri minori, e di tutta la gaz- zarra dei traduttori d'Orazio e degli altri antichi « nello stesso metro degli originali ». Checché mormorino, non senza ragione, i più reputati maestri di metrica come il Westphal, Lucian Muller, il Wilamowitz quando una versificazione è raccoman- data ad opere come il Messia, V Ermanno e Doro tea, e la tra- duzione di Omero del Vosz, bisogna striderci.

Il Carducci fu stuzzicato appunto dal grande esempio ger- manico, buttato com'ei s'era a tradurre e a studiare i poeti stranieri ; e fu insieme, ciò sembri contradizione, confortato dallo stesso disastro del Tolomei, che egli di certo aveva ben meditato, da critico qual è espertissimo della nostra storia let- teraria. Così, operarono sopra lui ad un tempo una spinta po- sitiva ed una negativa. Troppo manifesto tornava che il Tolo- mei e i suoi avevan fallito per mancanza di spiriti poetici, e per la pedantesca prosodia che si foggiarono ; troppo seducente

LA VER5IFICAZIOXE DELLE ODI BARBARE

era il richiamo di grandi poeti stranieri, riusciti perchè poeti davvero, e perchè aveano saputo mettersi per un sentiero pro- sodico più confacente alla loro lingua ; troppo bello sarebbe stato poter finalmente dire che anche in Italia, nella classica terra d'Italia, si potessero contraffare con vera poesia, non con ridi- coli conati, i metri classici. S'aggiunge che al Carducci, gran lettore di poeti latini, avverso alla fluidità della poesia roman- tica, dedito a restaurare il neoclassicismo foscoliano, doveva tanto più sorridere il pensiero di suggellar quella restaurazione con un ritorno ai classici, fin dove si potesse, altresì nelle forme esterne. Ma in quest'ordine di considerazioni ho detto che non voglio addentrarmi, e mi ritiro nei confini che mi son tracciati. Il criterio dei poeti tedeschi fu di abbandonare, in massima, la quantità, e ricalcare i versi antichi quali suonano nel modo che essi li leggono, diversamente da noi, cioè ad arsi e tesi ; ricalcarli col far capitare sillabe tedesche accentate dovunque nel verso antico capita l'arsi, e sillabe atone o di debole ac- cento dovunque cade la tesi. E si badi che anche nei versi antichi l'arsi la fan sentire col pronunziar accentata la sillaba che è in arsi, a costo, ove bisogni, di spostare l'accento della parola dalla sua solita sede; riducendo, poniamo, un pedem a pedèm. In qual tempo presero in Germania a legger a quella maniera i versi latini e greci, non so so che si sappia. Certo è una tradizione scolastica non recente, e facilmente si capisce come una tal norma si sia prima o poi stabilita in un tal paese. Chi recita

arma virùmque canó Troiàe prfmus ab óquiris

mostra uno scrupolo sapiente, di far sentire le arsi, di ripro- durre alla meglio la recitazione antica, e viene a scandire il verso nel leggerlo: ciò s'addice bene a una nazione dotta, che ha finito col primeggiar tanto nella scienza dell'antichità. D'altra parte, siccome con una simile lettura si ha da manomettere

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spesso l'accento della parola, così la rassegnazione a cotale scempio è più facile in una gente a cui la favella del Lazio non è nativa, che non sarebbe fra noi ai quali il latino è cosa domestica, e che abituati a dire nella nostra stessa lingua piede, caro, profugo, ci sentiamo urtati quante volte ci s' impone nel verso un pedém, caro, profugils, e mille altre stonature simili. Tant'è ciò vero, che il leggere all'uso tedesco i versi greci ci ripugna meno; perchè rispetto al greco ci troviamo suppergiù nella condizione in cui il Tedesco sta di fronte anche al latino. Pronunziar talvolta bilie (pou^r.) in Omero mentre diciam sem- pre buie in Senofonte e nella grammatica, ci secca pure, ma non ci accora come a recitar profugùs. Per questo, molti di noi nella scuola preferiam rassegnarci a un' incoerenza, e leg- giamo al modo nostrano i versi latini, avvertendo bensì che di sicuro non fu esso il modo degli antichi, e i versi greci li snoc- cioliamo alla tedesca, che sennò non san di nulla: perciò che il divario tra l'accento grammaticale e l'arsi è più frequente in greco che in latino, e l'accento ci costringerebbe a chiudere spesso un esametro con un buie o con un èthcken. Orrore!

Comunque siasi, la nobile consuetudine tedesca riproduce ella in tutto la recitazione antica? Sarebbe audace il rispondere di sì. Se dall'Averno virgiliano o dall'Ade omerico si riaffac- ciasse al mondo un antico, in una scuola germanica o germa- nizzante resterebbe forse poco meno strabiliato che in una scuola nostrana. Lasciamo stare le degenerazioni e i barbarismi nella pronunzia delle singole consonanti o vocali, e lasciamo anche stare la trascuranza della quantità naturale delle vocali che pur fu parte essenzialissima della lingua e del verso, ma la rovina dell'accento in certe parole per amor dell'arsi e la continua confusione tra accento ed arsi gli dovrebbe parere un'enormità. Dicono che l'accento antico fosse diverso dal nostro. Questo consiste nel proferir con più forza delle altre la sillaba accen- tata, quello stava nel proferirla con un tono più alto. Questo

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE

importa un maggiore sforzo muscolare, e una maggiore am- piezza delle vibrazioni sonore ; quello implicava un'altra dispo- sizione delle corde vocali, e una maggiore rapidità e numero di vibrazioni. Questo è d'intensità, quello di acutezza. Per in- tenderci alla buona, mettiamoci avanti a un pianoforte, e toc- chiamo tre volte il do, con più violenza la prima volta : ecco una parola come popolo. Tocchiamo una volta il re o il mi e due il do: ecco una parola come populus. L'accento antico era melo- dico, era canto: di il suo nome di « accento », traduzion fe- dele del nome greco « prosodia ». Il quale ultimo ha poi finito col degenerare nel significato, venendo a indicare la quantità delle sillabe; come del resto anche il nome « accento » finì col fare una consimile discesa presso i grammatici latini. Quando però si fa distinzione fra l'accento antico e il moderno, non si vuol dire che oggi non vi sian lingue che più o meno posseg- gano un accento musicale : gli è che non son quelle che qui ci premono. E pur nelle lingue che ci premono non è che vi manchi ogni musicalità, ma questa vi è assai varia, e collegata all'enfasi oratoria del discorso, o è una modulazione propria di ciascun dialetto, nel qual senso principalmente si suol parlare di « accento », poniamo, tedesco o lombardo o meridionale o di Napoli e che so io. Siffatte modulazioni oratorie o dialettali, se anche connesse talora con 1' accento grammaticale, non son da confondere con questo.

Dall'altro lato, 1' « arsi » ebbe nella sua significazione ad- dirittura un capovolgimento. A orecchio par che significhi « in- nalzamento della voce », ma il vero è che i Greci chiamarono, tutt'al contrario, tesi quella che noi sogliam chiamare arsi, e viceversa. Nel dattilo, mettiamo, tesi era la prima sillaba, ed arsi le due brevi. Tali nomi si riferivano all'abitudine di portar la battuta col piede: il piede si « poneva » a terra nel pro- nunziar la prima sillaba del dattilo, quindi tesi, e si « alzava nel pronunziar le due brevi, quindi arsi. Al rovesciamento dei

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termini e al tralignamelo del loro contenuto concettuale, già avveratosi fra i Latini, avrebbero voluto riparare i filologi mo- derni, ma se ne sarebbe aumentata la confusione. Sia dunque arsi la prima del dattilo, lesi le due brevi, e così via ; quel che importa è che con arsi intendiamo il « tempo forte », che fu detto anche ictus o percussio. Dal ritorno periodico di tali tempi forti nel verso risultava la sua cadenza o « ritmo » o « numero ». La « quantità » delle sillabe stabiliva il regolare intervallo fra arsi ed arsi, e la sillaba lunga era il più con- sueto appoggio del tempo forte. Ma alla fin fine l'arsi poteva cadere anche sulle brevi, in certi piedi e versi, e all' opposto la lunga, come si vede nello spondeo dell'esametro, poteva stare nella tesi.

Se l'arsi d'un piede fosse giusto un quissimile di quel che è l'accento moderno nella parola italiana o tedesca, la consue- tudine tedesca, di marcar le arsi dei versi greci e latini con altrettanti accenti moderni, rappresenterebbe abbastanza sotto questo rispetto la recitazione antica. Ma la cosa è ben dubbia e gli studii metrici son oggi in crisi. Resta sempre che gli an- tichi facevan sentire nella parola anche l'accento qual essi l'ave- vano; onde la parola non rimaneva mai snaturata, non era mai nel verso straniata da ciò che era nella prosa, non si aveva mai la secca antitesi nostra tra pedém e pédem x\ Oltre il resto, la poesia greca fu tutta più o meno cantata, il che appianava molte cose; e se la latina perde in gran parte questo appoggio, aveva il rimorchio della greca e sopperiva con qualche artificio.

Benché gli antichi sapesser distinguere arsi e accento, mentre noi non sappiamo che confonderli, in molti casi però,

I) G. Hermann (Epitome doctriiiae metricae, p. VII-VIlIi. dopo molte paterne aro- monizioni pedagogiche, ragionevoli tutte salvo quella del non mangiarsi l'w nelPectlipsi, nemmen essa irragionevole ma che rende imperfetto lo scaadimento, concludeva racco- mandando ai lettori di far sentire e l'accento e l'arsi; « ut simul utriusque numeri ictus < audiatur. tdmén scópnlós >. Ma il grande maestro aveva un bel dire, e l'obbedirgli è un mettere due accenti alla moderna in un'unica parola, o fare lo sforzo, eroico per noi e d'incerto effetto, di dare con tono più acuto la sillaba accentata.

LA VERSlKiCAZIONE DELLE ODI BARBARE

specialmente in latino, arsi e accento capitavano sulla stessa sillaba, per naturale effetto delle leggi dell'accento in rapporto alla quantità; e parecchi filologi moderni hanno anzi creduto che della coincidenza si compiacessero e in certi punti la cer- cassero : i Latini propriamente, o perfino i Greci. Io sto con gli altri che a ciò non credono, ma qui la questione importa poco. Lasciamo andare quei casi in cui la coincidenza e' è, o al più rallegriamoci noi lettori moderni dovunque essa, spontanea o voluta che fosse, si verifichi; il guaio è, sempre per noi, do- v'essa non c'è, e dove ci troviam nel bivio o di trascurar l'arsi o di spostare l'accento. In conclusione, il metodo tedesco, con la sua aria di precisione scientifica, non è che un onesto sforzo, che aggiunge sapore ritmico al verso latino, e ne uno al greco il quale altrimenti ne mancherebbe affatto, ma procura una sodisfazione storica approssimativa o illusoria, ferisce per il latino il sentimento italiano, e poi conduce a una reci- tazione un po' monotona. Ma così impararono a leggere il Klop- stock e il Goethe e tutti, onde si trovarono aperta una via maestra a contraffare i versi antichi: non proprio metricamente, perchè metro non v' è senza la quantità, ma arieggiando allo schema antico, soprattutto nel ritorno d'un dato numero di arsi e nell'andatura discensiva o ascensiva, dattilico-trocaica o giam- bico-anapestica. Ecco i primi esametri dell'Ermanno e Do- rotea :

Hab'ich den | Markt und die | Strassen doch | nie so | einsam | sehen ! ist doch die | Stadt wie | kehrt! wie | ausge | storben! nicht | fiinfzig, daucht mir, | blieben zu | rùck von | alien | unsern Be ] wohnern...

Sei belle arsi ciascun verso, e una sufficiente armonia. Mi perchè idi dai son due brevi? Perchè alien è spondeo e non trocheo? Ci vuol pazienza, benché non l'abbiano i dotti tede- schi cui accennammo e gli altri oppositori. Ripensando che nell'antica versificazione nazionale, corno quella dei Xibolun-

FRANCESCO D'OVIDIO

gen, l'essenziale è il numero delle arsi e vi è ammessa fin la soppressione della tesi, verrebbe da credere che una predispo- sizione ereditaria, se pur di simili eredità è lecito parlare, o ad ogni modo gli antichi esempii indigeni, abbian fatto scivolare più agevolmente fra i tedeschi la pretesa metrica degli ultimi due secoli, a malgrado delle incongruenze che le si rinfacciano. Inoltre, anche fra quei poeti, e fra taluni dei loro seguaci in- glesi, vi sono stati di quelli, come il Chiarini accennò, che si sono ingegnati di più o meno considerare la quantità di posi- zione. E sicuramente, combinando ciò col resto, si possono dar versi che appaghino anche per la quantità. Facciamo conto, per intenderci, d'accozzarne con tal metodo qualcuno in lingua italiana. Sono i primi versi ch'io pubblico, e l'Italia me ne vorrà esser grata. Ecco un distico :

Possan queste parole recargli una lieta novella, Quale la può cercar, quale la deve voler.

Ecco una strofe alcaica :

Vedesti scorrer fiumi di nettare, Vedesti schiuder bianchi garofani, Balzar di silvestri capri Sopra le ripide rocce brulle.

E versi brutti, ma di giusto ritmo e quantità. Un buon poeta ne potrebbe far dei belli, ma, siam sempre lì, come un funambolo può camminar sulla fune. Si capisce che general- mente si preferisca tollerar anche le parole di figura trocaica dove occorrerebbe uno spondeo, e usar per dattili parole che, come le nostre troncami leggerlo mandorlo recita?i(lo), a rigore han due sillabe lunghe, o che le abbian lunghe tutte e tre (portansel).

Volle mettersi per questa via il Carducci ? No ; o solo in quanto potè pensare che, come conformano il verso tedesco

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE

al latino qual essi lo leggono, così egli avrebbe conformato il suo al verso latino qual si legge da noi. Come si legga, e da tempo immemorabile, ognuno lo sa. Nel recitarlo non si scan- disce, che scandire nel brutto senso nostrale è separare i piedi segnando l'ultima sillaba di ciascuno coll'accentuarla: armavi, rumquecd, notró... Del rimanente, recitar il verso non è che leggerlo come prosa, salvo un po' di sosta sulla fine ; e ringra- ziare Iddio se anche così ci rechi un tal quale suono all'orec- chio. Né quest'abitudine s'è in fondo mutata, benché almeno si sia da qualche decennio divulgato fra noi il come e il perchè in Germania si usi altrimenti. Se m'è lecito richiamar un aned- doto personale, ricordo che nel 1863, in quinta ginnasiale, es- sendocisi messo in mano Orazio da un eccellente maestro di la- tinità, buon prete di Torre del Greco, fui avvertito in casa del modo di leggere alla tedesca. Il caro padre mio, che l'aveva appreso intorno al 1S24, nel Collegio di Campobasso, da un un- gherese Urr, non so più come capitato colà ad insegnarvi fi- losofia in latino, me lo spiegò e magnificò con gran calore, fa- cendomene notare tutti i vantaggi. A scuola mi provai a farne motto al maestro, ma ricalcitrò subito, mi lasciò tempo a deliberar se fosse decente d' invocare la patria potestà, che si affrettò a dar del pazzo a me e a chi me l'aveva data a bere. Credo infatti che neh' Italia meridionale la cosa dovesse giun- ger nuova a tutti, salvo eccezioni fortuite. Solo nell'Italia set- tentrionale, i maestri lombardi o veneti che avevano studiato a Vienna avran diffusa un po' la notizia; come uno di loro, man- dato per mia fortuna quaggiù, la propagò in queste scuole mez- zane. Or io non so quando il Carducci ricevesse ei pure la gran rivelazione, e sarebbe pettegolo il cercarlo; ma tutti sap- piamo che egli fu allevato nell'adolescenza secondo la schietta tradizione italiana, e quella tedescheria potè esser prima o poi per lui una buona nozione, non già essere stata una carai- in- veterata consuetudine, da invogliarlo a conformarvi il suo nuovo

31 FRAXCESCO D'OViDIO

verso. La poesia dei Tedeschi gli fu un incentivo, non un mo- dello. L'inclinazione sua doveva essere a plasmare il proprio esa- metro sul vin'tmqiir còno Trdiac, non sul virumque cand Troide. E già quella via gli additavano, dal Chiabrera al Tommaseo, i più recenti e più sennati contraffattori nostri di metri antichi.

Ma questo è ancora poco. Come son nati i soliti versi ita- liani? Appunto da versi latini letti nel medio evo senza più badare alla quantità alle arsi, con gli accenti proprii d'ogni parola ; e che si seguitarono a comporre ad orecchio : da chi con lo scrupolo di mettere al debito posto le lunghe e le brevi secondo la prosodia classica, da chi senza scrupolo guardando solo agli accenti e al numero delle sillabe, fisso in alcuni versi, come i saffici, variabile entro certi confini in altri, come gli esametri. La poesia quantitativa, ove il ritmo era collegato al metro, degenerata così in poesia meramente ritmica, era poi servita, quando si cominciò a poetar in volgare, di modello o modulo alla poesia volgare. Questo fatto che procurai di di- mostrare e lumeggiare nell'altro mio scritto, oltre alla sua im- portanza intrinseca, ne ha una grandissima per il mio tema odierno. I risultati cui allora giunsi li riassumo qui con uno spec- chietto, necessariamente inadeguato, e tuttavia capace di pro- durre un'intuitiva persuasione.

TETRAMETRO TROCAICO CATALETTICO

A Sine sacris hereditatcm |] siim aplns ecferlissumam (Plauto)

B NicomeJes mine lriuniph.it, qui siibegit Caesarem (canti solda- teschi)

C Pange lingua gloriosi || corporis myslcrìum (inno)

D Appartììt repentina \\ dies magna domini (id.)

E Stabal Mater dolorosa |]

Juxla cruccili lacrimosa j| Duin pendebat fil'ius (id.)

F Non mi pare idea si strana

La repubblica italiana, Uni e indivisibile (Giusti)

LA VERS1FICAZ.ONE DELLE OD; BARBARE

TETRAMETRO GIAMBICO CATALETTICO

A Quo nos vocabis nomine ? \\ liberlos, non palronos (Plauto) B 0 critx, frulex salvifiats, Vivo fonte rigatus,

Ouem flos exornal fulgidus, Fructns fecundal gralus (ap. Mone

I. 150) C In crucis pendens arbore,

Toto cruenlus corpore, Et sumino cum dolore (inno)

D Rosi fresca aulentissima, ch'appari in ver la state (Cielo DalcamoI

E Ei fu! Siccome immobile, Dato il mortai saspiro (Manzoni i

F Non così belle aprirono Rose sul bel mattiti (Chiabrera)

G Audite una tenzone Ch'è 'n fra l'anima el corpo (Iacoponei

H In ira nasce e posa Accidia nighittosa (Brunetto l

I O miserabil padre || per quanto il guardo scorre (Martellìi

K. Torna a fiorir la rosa Che pur dianzi languia (Parini)

MB. Con la soppressione dello sdrucciolo nel primo emistichio, age- volata soprattutto dall'esempio di Francia, s'ebbe l'alessandrino, o la coppia di due settenarii piani.

TETRAMETRO TROCAICO ACATALETTICO

A Optati cives, populares, || ìncolae, accolae, advenae omnes (Plauto) B Abundanlia peccalorum solet fratres conturbare (Sant'Agostino) C Bonus erat ei nomea, quod designai bonum omeit (inno) D Eo, signuri, s'eo fabello, lo vostro audire compello (Ritmo Cas-

sinese). E A me venga mal de dente Mal de capo e mal de ventre (Ia-

copone) F Non è senno perchè molti Ch'èn securi sien men folti (Barberino) G Poscia a lei corre vezzosa Poi sul tergo le si posa (Chiabrera) H Venerabile impostura, lo nel tempio almo a te sacro (Parini i I È risorto; or cornea morte La sua preda fu ritolta? (Manzoni)

l'AKEMIACO (Tetrapodia anapestica catalettica)

A Deus ignee jons ammainili (Prudenzio) B La partenza die fo doHroia

E gravosa, più d'altra m'ancide (Onesto bolognese) C S'ode a destra uno squillo di tromba (Manzoni)

FRANCESCO D'OVIDIO

FALECIO

A Quoi dono ìcpidum novum libellitm (Catullo) B 0 quatti glorificum Solttm sedere imnol C Fin le più timide belve fugaci (ChiabreraI D Amici, a crapula Non ci ha chiurliti (Giusti)

ITIFALL1CO (Tripodia trocaica)

A . . . veris et favoni (Orazio)

B Ave maris stella (inno)

C Ti vidi in primero (Federico II)

D Ma tesso ghirlande (Redii

E Torrente cresciuto

Per torbida vena (Metastasio) F Dagli atri muscosi, dai fori cadenti .Manzoni) NB. Quest'ultimi, o forse ansile il penultimo, sull'esempio spagnuolo.

ADONIO

A Terruit urbetit.

Te duce Caesar .Orazio! B Pandite vota iS. Isidoro)

C Ch'aver solea (Serventese bolognese del s. XIII) D Furia indigesta.

Smarrirsi il mondo (Giusti) E Fior di limone.

Fiorin di menta (stornelli).

-AFFICO

A latti salis terris ttivis alqne dirae.

Ititeger vitae scelerisqut puriis.

Sive factiirus per iiihospitalem (Orazio) B Voces in aula rcsoiitnt cunclorum (S. Isidoro) C Ilio nolente, Sancìiis honorem.

Xisi tatti cito subirei rex morleni (saffica sul Cid) D Ut qiteant laxis resonare jibris.

Mira gestorum famuli ttioriim (inno)

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE 37

E Del guasto de Bologna se cometa

comò perde la forca e la potenca

e lo gran senno cum la provedenca ch'av-er solea (servent. boi.) F Vergine madre, figlia del tuo figlio.

O padre nostro che ne* cieli stai.

E come quei che con lena affannata (Danti) G Come di voce che si raccomanda (GiustiI

TRIMETRO GIAMBICO ACATALETTICO (finito nella ritmica medievale come un mero saffico sdrucciolo)

A Aesopus anelar qiLim materjam reppcrit (Fedro)

B Ad flendos tuos, Aquileja, cineres (S. Paolino)

C Noli dormire, monco, sed vigila (inno per le scolte modenesi)

D Ma tantu quistu raundu è giudebele

Ke l'unii e l'altru face mescredebale (Ritmo cassinese) E Non molto lungi per volerne prendere (Dante)

Come si vede, l'ottonario e il settenario non sono in ori- gine che un mezzo verso; e in molte strofe ne resta chiara la traccia. Poniamo, la coppia di strofette del Cinque Maggio non è che una strofa di sei versi lunghi come quelli di Cielo, ri- manti il primo col secondo, il quarto col quinto, e, in rima tronca, il terzo col sesto. La strofetta dello Stabat e del Giusti non è che un solo verso lungo, col primo emistichio raddop- piato. L'emistichio venne presto a esser preso come verso a sé, pur dove in fondo il ritmo intero rimane ancora: e ad essere poi adoprato in modo autonomo, p. es. nel Natale, che comin- cia come il Cinque Maggio, ma si chiude con tre settenari, due piani e uno tronco. Codesto fenomeno, con tutte le sue più varie conseguenze e con le più capricciose manifestazioni, era già consumato nella poesia latina del Medio Evo. La poesia volgare non fece e non fa che seguitar quella, benché oggi in modo più o meno inconsapevole ; e spesso le variazioni e i capricci moderni non sono che inconscii ritorni a cose vecchie.

FRANCESCO D'OVIDIO

S' è visto pure che lo sdrucciolo, che ora sembra una chiusa volontaria di verso, è in fondo la regolare chiusa del primo emistichio ; perciò senza rima, e così ha potuto finire col con- siderarsi come esente dalla rima lo sdrucciolo in poesia rimata, mentre nella nostra vecchia poesia e nella latina medievale lo sdrucciolo, se veramente in fin di verso, era tenuto alla rima non meno del piano. Aveva coscienza il Manzoni di tutto ciò quando scriveva il suo verso? Non lo so, c'importa. Lui se- guiva l'arte poetica tradizionale, noi ricerchiamo la fonte della tradizione.

Naturalmente il versicolo sdrucciolo fu poi magari spostato dal suo luogo originario, e la chiusa sdrucciola se la presero per imitazione anche altri versicoli cui non competeva storica- mente; e buon prò loro faccia, poiché ciò non viola alcuna legge fisica della versificazione. E come dallo spezzamento dei due versi a quindici sillabe, e di quello a sedici, nacquero il sette- nario piano e lo sdrucciolo, l'ottonario piano (che poi si potè fare anche sdrucciolo) ed il senario sdrucciolo, così da un ul- teriore spezzamento di tali ed altre frazioni vennero fuori ver- sicoli minori, come il quadernario ; ed anche qui la cosa è fatta o incoata nel Medio Evo, come in

Sancte sator, sut'fragator, Legum dator, largus dator.

La poesia del Carducci Alla rima potrebbe figurare in qualsiasi raccolta innologica.

Solo pel novenario vi sarebbe da distinguere. La Francia l'ebbe, usualissimo, dall'emistichio dei tetrametri giambici aca- talettici latini, letti alla francese, cioè di sdruccioli fatti ossitoni ; ma l'Italia non ne ha che tracce sporadiche !), e Dante lo bollò come uggioso, pel suono che ha di ternario triplicato. In ef-

1) Usuale è solo nella poesia popolare dell'Alta Italia. Ne tratta di proposito il Frac- caroli nel suo volumetto, pieno di sottili analisi acustiche. D'una teoria razionale di metrica italiana (Torino, 1887).

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE 39

fetto, se così, è monotono; se no, non ha suono, salvochè non

si riduca a un doppio quinario mascherato. occorre qui cer- care se ci venisse difilato dalla Francia, o se, in parte almeno, fosse creazione indigena; che in ogni caso si tratta di una crea- zione facilissima, quasi inevitabile, in un ambiente dove già si avevano versi di ogni numero di sillabe dall' endecasillabo in giù, e la metrica e ritmica latina ne dava tanti per conto suo, alcaici o comunque determinatisi.

In sostanza tutti i versi neolatini, tranne un sospetto d'in- flusso arabo per un certo verso della Spagna, non sono se non prosecuzioni e rimanipolazioni di materia latina, che di metrica che era, presa dal greco con totale oblio dell' indigena versi- ficazione saturnia, s'era bell'e trasformata in ritmica tutti sil- labica e accentuale. Tutte le altre volute origini son pretta mi- tologia, che del resto fa grande onore all'acume, alla dottrina e allo scrupolo dei maestri che l'han vagheggiata. Chiedere ad altro che alla latinità medievale la fonte dei versi nostri, gli è un cercar Maria per Ravenna, un cercar l'asino essendoci a a cavallo.

Or io non so qual dottrina professasse il Carducci intorno all'origine dei versi italiani, e nemmanco se ne professasse o ne professi risolutamente alcuna. Ell'è una materia rimasta opina- bile, fantastica, paradossale, pur dopo che altre parti della fi- lologia neolatina eran già accertate o disciplinate. Il Diez me- desimo, che tutto il resto sottopose a una sistemazione sapiente, qui andò a tastoni; e, se con l'accertamento di alcuni fatti diede una buona spinta alla ricerca positiva, in certe ideo sintetiche fu così oscitante, da segnare un regresso di fronte a ciò che parecchi umanisti avevano alla meglio intuito. Le più strane teoriche son pullulate e pullulano, chi s'adopera a rimetter nella carreggiata quest'attraente soggetto trova ancora un pub-

FRANCESCO D'OVIDIO

blico che s'affiati subito con lui. Ma appunto la tradizione uma- nistica, e il buon istinto di poeta e d'Italiano, doverono più o meno insinuare al Carducci che i versi nostri sian nati nel modo eh' io dico, e suggerirgli di contraffare gli esametri, e tutti i versi latini rimasti in asso, con quel metodo onde già si fecero italiani e romanzi gli altri versi. A ciò lo confortavano pure, l'ho detto, tutti quei suoi precursori che avevan lasciata la spi- nosa via del Tolomei. Il fenomeno avvenuto con più sponta- neità e agevolezza nel medio evo, ei si diede a riprodurlo ar- tificialmente, con più sforzo, pei versi che il medio evo ro- manzo aveva abbandonati. Quel suono che mi viene all'orecchio leggendo alla buona, senza sospetto, un esametro o alcaico la- tino, colle sue sillabe e cogli accenti che il caso vi fa risaltare, io ve lo riproduco in lingua italiana: ecco tutto. E come la poesia volgare, e in gran parte la stessa poesia ritmica latina del medio evo, s'attaccò per ciascun verso a quelli fra i suoi tipi in cui essa sentì un ritmo più confacente al proprio orec- chio, eliminando volentieri gli altri tipi, stati metricamente buoni ma ormai ritmicamente mal sonanti; così il Carducci s'appigliò a quei tipi di esametro o d'altro verso che gli suonasser meglio, e venissero a coincidere con versi già italiani o paressero risul- tare dalla combinazione di due cotali versi. Procedimento più ragionevole, più pratico, più conforme al nostro passato, non avrebbe potuto scegliere, posto che voleva tentar l'impresa.

C'era anzi uno dei metri latini, la strofe saffica, che con- duceva il Carducci a ricalcar proprio le orme della storia, a tentare una novità meramente apparente, e gli additava di per la via per tutta quanta l' impresa. Il saffico è già da secoli il nostro endecasillabo, l'adonio è il nostro quinario; la loro stessa combinazione strofica permaneva già in una delle forme dell'antico serventese, e, sottosopra, nello stornello. Qui il poeta, come tanti safficisti che lo han precorso dal Rinascimento in poi, non poteva far altro che tutt' al più ravvicinarsi meglio

LA VERSIFICAZ(ONTE DELLE ODI BARBARE

all'ode oraziana, col preferire tra gli endecasillabi nostri quelli del tipo più conforme al tipo oraziano, meno liberamente distac- catisene, e francarsi dalla rima.

A proposito della rima, noterò una volta per sempre che l'abbandono di quella, se per la poesia è di gran momento e può parer quasi il più essenziale della riforma, sotto il rispetto filologico è cosa affatto secondaria. Versi sciolti ne abbiamo da secoli nella stessa poesia tradizionale, e viceversa la poesia latina del medio evo, sia metrica sia ritmica, è già piena zeppa di rime e assonanze e consonanze d'ogni genere e d'ogni grado. Si capisce che il Carducci concludesse il suo ribelle volumetto con un reduce omaggio alla rima, facendola simbolo e sin- tesi di tutta la nostra poesia, tanto cara così al suo cuore di poeta come al suo sentimento di erudito. E s'intende bene che di per la rima e lo sciolto possono dar materia a un esame storico e critico interessantissimo. Ma ora non ci riguardano se non di sbieco, poiché in fin de' conti si potrebbero fare anche alcaici ed esametri rimati, sia poi utile o no, agevole o no, il farne. Perciò delle nuove saffiche, come quelle assai belle al Cli- tunno e al Piemonte, credo di non dover dir altro: le consi- dero come una mera propaggine dell' « usata poesia ».

A non seguire i modelli stranieri il poeta nostro fece bene anche per questo, che la lingua tedesca ha molte più voci mo- nosillabiche, e seriamente accentate, quali Markl, Stadi, /and, e parole polisillabe accentate sulla prima sillaba, e parole lun- ghe con accento secondario prima ( ì'orton) o dopo [Nachiot, principale ; quindi si può meglio destreggiare per far capitar una sillaba accentata dove cade l'arsi, e cominciare, per esempi' », ogni esametro o pentametro o decasillabo alcaico o asclepia- deo, con sillaba accentata. Questo però non vuol dire ci lui non siati venuti fatti all'occorrenza versi combaciatiti s taneamente col tipo tedesco, come

Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna.

FRANCESCO D'OVIDIO

Qua il Goethe plaudirebbe ; strillerebbe il Tolomei, scan- dalizzato per nel e per la prima sillaba di turrita, messe dove il latino avrebbe una breve. Il latino classico, s'intende, e quegli scrittori medievali che gli eran fedeli; che del resto gli autori di ritmiche latine avrebber fatto come il Carducci, senza dire di quelli che, con tutta la buona intenzione d'esser metrici, er- ravano per distrazione o ignoranza. E il citato esametro si ri- duce a un bel settenario dei soliti, seguito da un bel novenario. Un altro,

E l'ora soave che il sol morituro saluta.

è un novenario preceduto da un senario, simile a Infami um regina. Qui il Goethe e il Tolomei strillerebbero insieme, ed il primo noterebbe che le arsi non son che cinque, essendo solo apparente l'accento di è, e che il verso ha un'entrata giam- bica. Xoi, prescindendo da ciò, avvertiremmo che in infandum il peso della parola un compenso all'orecchio, mentre in è l'ora, che scivola lesto, sentiamo tutta la pena del trovar un senario invece del settenario che è in Sarge nel chiaro inverno. Notiamo che se vi aggiungessimo un'altra parola {questa è l'ora soave), o due {guest' è quell'ora soave), il poeta potrebbe prote- stare per lo stile, non per la misura del verso, che secondo il suo criterio tornerebbe lo stesso, e pel nostro senso ritmico tornerebbe anzi meglio. E qui è il baco della cosa. O vi atte- nete a un numero fisso di sillabe, e non avrete più le varietà dell'esametro; o vi pigliate la varietà, ed allora avrete versi cangianti che non legano bene insieme, e dove con tutta indif- ferenza si possono aggiungere due o più sillabe ! In codesti ritmi incerti il Carducci potè mettere bei pensieri o immagini o sentimenti, ed il Chiarini versar la piena del suo dolore pa- terno, da suscitar vere lacrime nei lettori, ed altri fare altre belle cose; ma questa è or prosa numerosa, or accozzaglia di frammenti ritmici svariati e spesso discordi, non vera sequela

LA VERSIFICAZIONE DELLE OD; BARBARE

di versi. Di quell'incertezza ci contentiamo leggendo il latino, perchè facciam di necessità virtù, e perchè il latino, con le molte sue consonanti finali e con la lunghezza di posizione che ne risulta, spesso ci compensa del numero delle sillabe col loro peso; ma in italiano è un altro conto. Ecco qua: il primo emi- stichio può essere a piacere un quinario piano o sdrucciolo, un senario, un settenario, un ottonario ; il secondo un ottonario, un novenario, un decasillabo. E altro ancora. Qualche volta il verso è di tre quinarii, di cui i due primi sdruccioli. Del pen- tametro il secondo emistichio può essere un settenario piano, un senario sdrucciolo, un ottonario tronco; e il primo un qui- nario, un senario, un settenario, o un senario sdrucciolo, o un senario o settenario o ottonario tronco. Può il pentametro riuscir più lungo dell'esametro cui si accoda. E così fra tanto disordine potè ad un tanto poeta venir fatto un endecasillabo, Perchè mi ni indi lugubri messaggi? (pag. 886), senz'avvedersi che il pen- tametro richiede almeno dodici sillabe. E quel ch'è peggio, egli avrebbe il diritto di rimediarci col surrogarvi subito un ales- sandrino !

Perchè sull'esametro la poesia volgare ci sputò sopra? Forse che lo conosceva poco? Tutt'altro. Nella latinità medie- vale l'esametro, e subordinatamente il pentametro, fu dei metri con più perseveranza adoprati, ed ebbe le sue vicende ritmiche svariatissime. Ma, benché l'avesser tanto in vista, i nostri vecchi sentirono che ad esso mancava il meglio per divenir verso vol- gare: gli mancava la stabilità nel numero delle sillabe, e una relativa costanza d'accenti nella più gran parte del verso. Una sufficiente costanza v'è solo, e con una selezione si può ren- derla maggiore, nella chiusa del verso. E questa è che ma- schera un poco il disordine e ce lo rende meno intollerabile. Guai poco minori, e nella chiusa anche maggiori (può finire anche sdrucciolo), ha il pentametro.

Il poeta disse aver chiamate « barbare » le sue odi, perchè

FRANCESCO P'OVIIj'.O

tali sonerebbero agli orecchi e al giudizio degli antichi, e perchè tali soneranno pur troppo a moltissimi italiani « se bene com- « poste e armonizzate di versi e di accenti italiani . il titolo arguto, giustificato dal non fallace presentimento, nocque al successo, benché a prim'aspetto la barbarie non paresse la taccia più conveniente ad una poesia la cui colpa era, se mai, di voler troppo ritornare all'antica coltura. Xon gli nocque, anche perchè l'aspro epiteto sembrava promettere un non so chr- di fiero piuttosto nell'intrinseco della poesia, la quale per giunta era d'un autore già celebre, a tacer di tutto il resto, per un inno a Satana. Ma l'epiteto, qual che si fosse il senso datogli da lui o dal pubblici, suppongo gli fosse suggerito da un luogo del Campanella, eh' egli medesimo inserì nel volume storico che già citammo. Il martire ca'abrese incominciava la prima delle sue elegie col distico :

Musa latina, è forza che prendi la barbara lingua: Quando eri tu donna, il inondi blò la tua...

E vi premetteva questo titolo: Al senno latino che e' volga « il suo parlare e misura di versificare dal latina al barbaro « idioma ». Ed apponeva questa nota: « Questi versi sono « fatti con la misura latina elegantemente. Cosa insolita in Ita- lia. Nota che bisogna accomodarsi al tempo e che i Latini « s'abbassino alla lingua introdotta da' barbari in Italia... ». Qui giace Xocco. La dottrina ortodossa sull'origine dell'italiano fu, per più secoli, che questo sia il latino qual ce lo concia- rono i Barbari; e il povero Campanella chiamava barbara non la lingua sua propria, il che entro certi limiti potremmo con- cedere, ma la lingua di Dante e di Francesco Petrarca. Ciò avrà suggerito al Carducci d'appropriarsi quell'aggettivo, vol- gendolo ad altro senso sdegnosamente modesto.

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE

Chiedo scusa della digressione, e torniamo al sodo. Gli al- caici, perchè pur essi furon tenuti in non cale dalla poesia vol- gare? Xemmen qui c'è pericolo che li spregiasse perchè le fos- sero ignoti: le raccolte medievali ne son piene, come spesseg- giano abbastanza altresì di asclepiadei. Inoltre, tutti codesti versi avevano almeno una delle più belle qualità dal punto di vista romanzo, il numero fisso delle sillabe: undici nei primi due versi dell'alcaica, nove nel terzo, dieci nel quarto, dodici nell'asclepiadeo. Ma gli è che l'alcaico endecasillabo e l'ascle- piadeo avevano una caratteristica uggiosa per il volgare, la chiusa sdrucciola, come in

Vides ut alta stet ni ve candidimi... Maecenas atavis edite regibus....

E vero che classicamente posson chiudersi con un bisillabo :

Soracte, nec iam sustineant onus...

O et praesidium et dulce decus meum...

ma questo importa un altro guaio, dal lato della mera rit- mica, cioè lo spostamento dell'accento, che è come dire anche il verso con una sillaba di più ; epperò il medio evo, se per istrascico di classicità non ismise del tutto cotali chiuse, in mas- sima s'afferrò all'uscita sdrucciola, la sola che gli desse sicuro il ritmo. Si tendeva qua ad una selezione fra i varii tipi an- tichi, simile a quella che si ebbe nei varii tetrametri e nei tri- metri. Al più come sdrucciolo consideravano anche un factus est o altro di simile. Dato poi che si fosser voluti fare alcaici e asclepiadei in volgare, la selezione sarebbe stata più che definitiva e inevitabile. Ma il verso sdrucciolo, ripeto, era visto di mal occhio, e tutta la storia della nostra antica poesia è li a dimostrarlo. Nel latino medievale piaceva, perchè la lingua

FRANCESCO D'OWDIO

forniva sdruccioli a bizzeffe, non solo coi vocaboli propriamente detti [pculus ecc.) ma con le desinenze (gcntibus, gentili m, vi- debimus ecc.), onde si prestava a tutte le combinazioni di rime, assonanze e consonanze. In volgare no, perchè molti sdruccioli latini se ne sono sfumati {occhio, genti, vedremo ecc.), e far rime sdrucciole è un impegno grave ; d'altra parte s'ammetteva di far versi non rimati {estramps, dicevano i provenzali) o solo in via di rara eccezione. In fin del primo emistichio, dove la rima interna o leonismo ■» può adottarsi ma può anche siste- maticamente evitarsi, ben venga lo sdrucciolo, come nel vers di Cielo d'Alcamo e in tutta la letteratura meridionale che gli è compagna. E tuttavia anche per questo filone, se usciamo dal Mezzogiorno, più ricco di voci sdrucciole e più dottamente stretto al tetrametro latino e greco-bizantino, l'emistichio sdruc- ciolo traballa o sviene. Appena poi un poeta italiano, in ogni tempo o luogo, s'è imposto di far versi sdruccioli, pur senza la rima, subito ha dovuto ricorrere a molti latinismi ; di che il Manzoni si rammaricava per il Cinque maggio. Il Sannazaro fece miracoli, ma l'Ariosto, come più tardi il Giusti, diedero spesso in secco. Anche a prescindere dalle dieresi spropositate e dai troppi latinismi, ogni specie di stiracchiature o di vec- chiumi vengono in campo. Avviene una crisi di tutta la lingua e di tutte le licenze prosodiche, un accorr'uomo generale, una requisizione spietata; sicché par come quando un diluvio al- laga una stanza, che tutti i recipienti della casa, pure i più sconquassati od improprii, son tratti fuori a furia dal loro ozio o uso ordinario.

Dell'asclepiadeo non occorre dir altro, tanto più che nella sua riduzione ritmica veniva facilmente a confondersi (salvo il suo accento sulla settima) col trimetro giambico acatalettico, come questo alla sua volta finì con esser preso per uno sdruc- ciolo del saffico. Per tal rispetto potè, se mai, l'asclepiadeo en- trar per qualche cosa nell'assestamento dell'endecasillabo ita-

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE

liano, specialmente di quello sdrucciolo, che nel periodo delle origini fu tanto raro. Badiamo piuttosto alla strofe alcaica. Che altro v'era in essa di repugnante? Il passaggio brusco dal ritmo dei due primi versi, che alla buona sono ciascuno un quinario doppio a uscita sdrucciola, al ritmo del terzo, novenario piano, e poi del quarto, decasillabo piano, concitato e dattilico nella sa l prima parte, facilmente riducibile a un verso volgare piacevole. Metricamente, la strofe aveva la varietà senza per- dere l'omogeneità; ritmicamente, si ha invece una scossa pas- sando al terzo verso, e un'altra al quarto. La musica tollera talvolta simili scosse, alcuni autori se le permettono, l'abitudine produce una sufficiente rassegnazione nell'uditore. Nella poesia, la velleità d'accozzare ritmi eterogenei è più volte spuntata, e basti ricordare nella ritmica latina e nella poesia portoghese l'unione di versi d'un medesimo numero di sillabe ma di ritmo differente. dimenticherò il povero Imbriani, che pei suoi bizzarri Esercizi! di prosodia, scevri di rime e stracarichi di sdruccioli, fu non senza ragione allogato dallo Gnoli tra i pre- cursori delle Odi barbare ; il che, a dir vero, non rallegrò forse l'Imbriani il Carducci. Fra le tante che ne strologò vi fu quella di unire il doppio quinario col decasillabo manzoniano, fatti sdruccioli entrambi :

Pur questa villa, che i nervi e l'animo Mi ritempra e anelai per ricóvero.

Talor m'incresce : d'una metropoli Quasi il chiasso e gli svaghi desidero.

Più curiosa alternanza è difficile immaginare; ma è in un carme così pieno d'accoramento sincero e tragico, e ricomparve negli ultimi anni in un carme palinodiaco pieno di sincera ■•zza coniugale e paterna, che il lettore, dalli e dalli, può alla meglio farci l'orecchio. Ma quel che è cium è duro, e per apprezzare debitamente una forma in generale, fuor d'un sin-

FRANCESCO D'OVIDIO

golo componimento o tratto, bisogna astrarre dalla sostanza. Pigliamo un'alcaica del Chiabrera :

Scuoto la cetra, pregio d'Apolline, Ch'alto risuona : vo' che rimbombino Permesso. Ippocrène, Elicona, Seggi scelti delle ninfe Ascree.

Qui il passaggio al terzo verso non dispiace, e forse è im- proprio dir che procuri una scossa, che anzi un cotal riposo: è come un calmante dopo la concitazione dei primi versi. Ma il quarto ci fa come trabalzare e caracollare. E un endecasil- labo amputato della prima sillaba. Il Carducci adottò codesti non troppo dolci savonesi accenti, preferendo talora quelli che sarebbero endecasillabi di quarta e settima; ma non ne restò pago, e talora vi sostituì un quinario doppio \Battea le porte dell' avveniri), tal altra il decasillabo manzoniano (Doloroso che spasimo pnrr). Ma specialmente quest'ultimo non toglie la re- pentina dissonanza: la sua andatura anapestica (tatatà) stuona con la chiusa dattilica de' primi due versi (tdtatd). Altra volta ricalcò alla tedesca le arsi latine (Cuspidi rapide salienti), ov- vero lasciò correre forme più difficili a definire (Di petti eroici la notte). Talvolta assunse un dato tipo per tutto il compo- nimento, tal altra li mescolò. E non fa specie che in mezzo a tanta varietà gli sfuggisse pur un Casa candida, Vashingtono (968) che ha solo nove sillabe '>. Ma che non può fare l'inde- gno d'un poeta? Col suo soffio il Carducci più volte ha infuso tal vita a quegli schemi, da costringerci a subirli. Del loro stesso difetto n'ha quasi fatta una virtù, perchè le scosse che dianzi dicevamo finiscono con essere non di rado rappresentative di

1) Salutando scompar ne la tenebra ì878) è un decasillabo manzoniano fatto sdruc- ciolo. Cosa non illegittima in se. ma non molto opportuna in un'alcaica, dove gli sdruc- cioli ricorrono costantemente nei due primi versi, e uno sdrucciolo nel quarto riesce inaspettato. Nessuno però consiglierebbe il poeta a rimediare, poiché il verso per ragioni intrinseche è efficace.

LA VERSIFICAZIONE DELLE ODI BARBARE

uno stato dell'animo o d'una nota caratteristica dell'argomento, in quei carmi che effondano un'interna agitazione o descrivano una scena tumultuosa. Così, nella bellissima ode Alla stazione è mirabilmente espresso e l'interno e l'esterno tumulto. Finanche nell'ode alla dolce Regina la concitazione in fondo c'è, per lo stato soggettivo del poeta, in cui cozzarono per le passioni politiche, che gli avean per tant'anni ruggito in petto, con la ribollente gratitudine giovanile alla dinastia liberatrice, col su- bitaneo fascino della sovrana gentile, con l'attrattiva irresisti- bile che sull'immaginazione dello storico e del poeta ha una istituzione antica come il monarcato, e una stirpe secolare come la sabauda: stirpe mezzo leggendaria nelle sue origini, gloriosa per una lunga storia di fatti eroici, di slanci cavallereschi o mistici, di cadute, di risorgimenti. Un Massari poeta avrebbe invece scritto forse una saffica, una placida saffica.

Va bene ; ma quello schema rigido, inesorabile, che vi un ritmo concitato, sussultorio, anche in quel momento che ne fareste volentieri di meno, è un pericolo per un vero poeta, è una tortura o un vano spasso per i mediocri. Il Carducci scrisse in fronte al suo volumetto i due distici del Platen, ove si dice che le forme nobili del verso metton meglio in vista la futilità d'un pensiero futile, onde i dappoco posson esserne utilmente distolti dal poetare. Signor sì, ed ebbe torto chi questa cita- zione tacciò d'arroganza; ma è pur vero che le forme nobili possono divenir la maschera d'un pensiero oscuro più che pro- Eondo, lambiccato piuttosto che fino, fumoso anziché denso. Il Carducci ha il merito d'aver messo in quel che era un eser- cizio di prosodia molta poesia vera; e l'alcaica è una conquista, non già, come l'esametro e il pentametro, un tentativo novel- li nte abortito. Ma è la conquista d'uno schema del quale

sono irreducibili i difetti che il medio evo romanzo vi fiutò; non un acquisto sicuro, felice, ubertoso, come da secoli è la saffica.

FRANCESDO D'OVIDIO

E qui sia lecito far di passata una considerazione. Tutti coloro che dal Tolomei, anzi dall'Alberti, fino ai nostri giorni, ebbero il proposito di far italiani certi metri latini, paion mossi da un impeto signorile verso ciò che è dotto, paion ricercatori di cose di lusso e superflue, a confronto di quel medio evo semplicione, che si contentò di appropriarsi soltanto una parte dell'antico. Eppure, chi la fece da gran signore davvero fu esso il medio evo, che si prese il meglio e disprezzò il resto. I dotti che si son buttati su quel resto, si posson paragonare a quelle industrie che ogni tanto si metton su per isfruttare le uve o le olive già spremute, od altri simili rimasugli delle industrie più ordinarie. Ciò non attenua il merito, anzi in un certo senso l'accresce; ma agli occhi della storia il fatto si presenti nel modo curioso che ho detto.

Più prestevoli all'imitazione, e meglio quindi riuscite, son le strofi asclepiadee. La strofe oraziana (p. es. I, 6) di tre a- sclepiadei e un gliconio, il quale è di otto sillabe e sdrucciolo, il Carducci l'ha resa con un settenario sdrucciolo accodato o a tre endecasillabi sdruccioli, o a tre doppii quinarii sdruccioli in mezzo e in fine. La strofe oraziana (I, si di due asclepiadei, di un ferecrazio (che è di sette sillabe e piano), e d'un gliconio, l'ha resa con due d~>ppii quinarii doppiamente sdruccioli, un settenario piano e uno sdrucciolo. Passiamo ai giambi. Il di- stico dei dieci primi Epodi oraziani, composto di un trimetro e di un dimetro giambici acatalettici, cioè di un verso sdruc- ciolo di dodici sillabe e di uno sdrucciolo di otto, lo ha reso con un endecasillabo sdrucciolo e un settenario sdrucciolo; sal- vochè gli è parso più conforme al gusto della poesia italiana l'aggiungervi la regola di unire tali distici a coppie, così da farne strofette di quattro versi. Ha riprodotto anche una strofe archilochia, quella dell'Epodo XI, composta di un trimetro giam-

LA VERSIFICAZIONE DELLE OD: BARBARE

bico acatalettico, che si traduce in un nostro endecasillabo sdruc- ciolo, e del così detto verso elegiambo, che era un verso di quindici sillabe; poiché constava del secondo membro d'un pen- tametro (tripodia dattilica catalettica) e di un dimetro giambico acatalettico. Il Carducci L'ha riprodotto accoppiando un sette- nario piano con uno sdrucciolo, come a dire il verso di Cielo cogli emistichii trasposti. Ciò non se non il ritmo di qual- cuno soltanto degli elegiambi oraziani letto alla buona, ma tali selezioni son legittime.

Ottimamente tutto, e cotali conquiste son più pacifiche che quella dell'alcaica v>. I versi che in tali strofi si combinano son già antichi ed ovvii nella nostra poesia, e legano bene insieme. Non v'è che quel solo punto nero, l'abuso degli sdruccioli, che è causa di monotonia, di latinismi, e degli altri guai che di- cemmo. E di altri che potremmo dire, come la troppo frequente ricorrenza di una data parola (p. es. secoli). Naturalmente, un p h ti quale il Carducci ha operato prodigii; e cogli sdruccioli egli ci aveva già la mano, che ne abbondavano pur le sue poesie anteriori. Ala vuol dir molto che perfin lui non abbia potuto schivare la continua vicinanza di parole del medesimo tipo, come quello cui spetta gloria o quello cui spetta ferreo e così via, o magari del medesimo vocabolo, or in funzione di sdrucciolo, or di piano, senz'altra ragione che coonesti il diva- rio se non la dura necessità dello schema ritmico ; sia riu- scito a scansar sempre, egli così erudito, i falsi sdruccioli pro- curati con dieresi assolutamente erronee 2).

1) Già il Casini, nel suo opuscolo Sulle forme metriche italiane, ha schematizzato sufficientemente queste forme barbare.

2) Ecco quelli nei quali mi son imbattuto scorrendo tutta la recente raccolta gene- rale, e che han luogo o in fin del verso o in fin del primo emistichio sdrucciolo, e o nelle poesie barbare o nelle ordinarie, e qui si registrano col solo rimando alle pagine : tempio (o. 48 e 80), ampia (38). ampio (77), fischia (877), soverchio (968), trifoglio (4SI . Campidoglio 182), battaglia (447), Bastiglia (ib.), orgoglio (161), dubbio (816: lecito è solo

(842), (851 17), camoscio (923), cocchio (33), verdeggia

1 149), Maggio (647), gioia (818, io (81:).— Silenzi (446) e misti

drebbero scritti silenzii ecc. Per la dieresi in lauro, laude, fa tsto ecc. già n lavoro Dieresi e siiierexi (p. 47-8) ebbi n Li: n ierc il Carducci contro l'eccessivo rigore

FRANCESCO D'OVIDIO: LA VERSIFICAZIONE ecc.

E la conclusione? É chiara. La riforma, o meglio l'ag- giunta, a cui il Carducci ha indissolubilmente legato il suo nome già prima illustre, importa la ripetizione artificiale, rispetto ai ritmi latini abbandonati, di quello stesso procedimento che molti secoli fa, in un modo tutt'altro che cieco ma più istintivo e alla buona, diede all'Europa neolatina la sua versificazione vol- gare; ed in ciò è la legittimità della riforma od aggiunta. Ma questa non ha potuto se non volgersi a raccattare quei ritmi che o per ragioni ineluttabili, come gli esametri e pentametri, o per ragioni più o meno gravi, come gli alcaici e gli altri, il medio evo aveva lasciati cadere; e in ciò è la sua o illegit- timità o debolezza. Lateralmente alla via maestra il Carducci ha rintracciato un sentiero, e lo ha reso praticabile, e vi ha segnato alcune orme indelebili ; ma la via maestra della poesia italiana resterà sempre quella sulla quale s' incontrano la Commedia, il Canzoniere, il Furioso, la Liberata, l'Attilio Regolo, il Mattino, il Saul, l'Iliade, i Sepolcri, l'Adelchi, la Ginestra, il Sant'Ambrogio, e, può ben dirlo senza lusinga chi di mille voci al sonito non ha mai mista la sua, l'Idillio Marem- mano, il sonetto al bove, Versaglia, il Canto dell'amore, e ogni altra cosa simigliante.

Francesco d'Ovidio.

delrimbriani ; ma non posso disconvenire che di codesta che è una mera licenza il Car- ducci ha fatto un uso troppo frequente, il quale poi lo conduce non di rado a met- tere a breve distanza un vocabolo come auro trisillabo e uno come aureo bisillabo. In daino, uno dei tanti gallicismi che dobbiamo alla lingua della caccia, la dieresi non è che una licenza, ma ben comportabile, ed ha buoni esempii classici. Per adamantina (859) l'iinbriani ebbe torto, che è un giusto latinismo: al più poteva osservare che urta con l'abitudine della lingua e della poesia italiana. Presago e dell'uso andante, ma fuor delle strette della lingua sdrucciola il Carducci medesimo preferisce dir presago, secondo la buona tradizione del nostro linguaggio poetico e secondo la pronunzia latina, più che mai rispettabile in una voce come questa, che non è dello strato popolare. Pèliasli (798) non è dell'accento greco ne del latino, e neppur del comun tipo accen- tuale italiano; e può correre alla meglio sol perché voce esotica (meno insolito è pel- tàto—peltatus).

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Von Petrarca's Laura

i.

JIE Acten im Streit ùber Petrarca's Laura sind noch immer nicht geschlossen. Wie, schon bei Lebzeiten Petrarca's selbst, Giacomo Colonna (1336) die Geliebte des Freundes fùr nichts weiter halten wollte, als fur ein Symbol, und Boccaccio von den compluria poemata des Dichtergenossen zwar zuge- stand, dass er darin allerdings perlucide se Laurettam quandam ardentissimc demonstravit «masse, aber doch erklarte, Lauret- tmii illam allegorice prò laurea corona, quam posi modani est udì' plus, accipiendam existimo, so haben auch noch in unserer Z?it geistvolle Kenner der Rime Petrarca's, wie R. Renier, im Giornale storico della Leti. Hai., 3 (1884), S. i2off.. Laura tur ein Pseudonvm angesehen, G. A. Cesareo hat sie in Su le ie volgari del Petrarca (1898) als die Repraesentantin der Liebe Petrarca's zu verschiedenen Frauen, und Andere haben sic ahnlich unleibhaftig aufgefasst. Dagegen halten aber an- dererseits nicht syenige neuere Gelehrte an der einen wirklichen Laura fest, deren Spuren in Avignon i-isi schon Francesco Galeota nachgegangen war, sei es, dass sii- in ihr die I de Noves erblicken, die vom Alili' De Sade auf allerdings my-

GUSTAV GROEBER

steriòse Weise ins Leben zuriickgerufen wurde, wie Bartoli in seiner Storia della Letteratura italiana, VII, 1S5 ff. unter Zu- stimmung z. B. von F. D' Ovidio in Nuova Antologia, III, S. Bd. 21 (1888), S. 3Q5 ff. u. a. thun, oder fiir die Laura eintreten, die in Caumont bei Cavaillon in Vaucluse daheim war. wie nach Galeota durch Flamini im Giornale storico, i\ (1893), 335 ff. wieder geschah u. s. w.

Am sichersten bezeugt gilt die eine Laura, ausserhalb der Rime volgari, von Petrarca selbst durch die lateinische Ein- zeichnung von seiner Hand iiber Laura auf dem Deckelblatt seines Virgilcodex, der sich jetzt in der Biblioteca Ambrosiana zu Mailand befindet (s. den Text bei Bartoli, 1. e, S. 192 f., im Giornale storico, 32, 406 etcì. Dort heisst es ja von der Laura in Avignon, die Petrarca lange Zeit in Gedichten gefeiert habe, dass er sie an einem bestimmten Tage, den 6. Aprii, im Jahre 1327 zum ersten Male sah, in der Clarakirche zu Avignon, dass sie am selben Tage des Jahres 1348 in Avignon starb, wàhrend er sich in Verona befand, und dass sie auf dem Fran- ziskanerfriedhof zu Avignon noch am Abend des Todestages bestattet worden sei, lauter Aeusserungen, die auf ein ' Symbol ' kaum bezogen werden kònnen.

Aber die Angaben auf dem Pergamentblatt klingen frf i- lich etwas nach dem Wunder. Der Zusammenfall am namlichen Tage des leiblichen Auftretens der Geliebten fur Petrarca und ihres Scheidens aus dem Leben sieht mehr wie eine Glorifi- cation des Dichters. der darin ein Walten der Vorsehung iiber sich erblicken wollte, als nach Wirklichkeit aus. Man hat daher die Echtheit des Documents verdachtigt, und statt des Stiles Petrarca's darin eher das Werk eines Xachahmers seines Stiles erkennen zu sollen geglaubt. LTm so eher konnte die Existenz einer Laura genannten Geliebten Petrarca's in Frage gestellt und durfte ihr Xame als ein blosses Symbol fùr das Streben Petrarca's nach dem dichterischen Lorbeer, lauro, aufgefasst

VOX PETRARCA'S LAURA

werden, als eine lediglieli allegorische weibliche Figur, wie deren ja im Mittelalter viele das Abstracte zu personifizieren dienen.

Eins insbesondere was noch nicht beachtet worden zu sein scheint, ist geeignet, dem Zweifel an der Existenz einer Laura in Avignon Xahrung zu geben, wofern man die Echtheit der Xotiz iiber Laura in der Yirgilhandschrift mit Recht bestreitet. Das ist der Xame Laura selbst, der als eine Schopfung Pe- trarca's seines Gleichen hàtte in der Fiammetta Boccaccio's nicht nur, sondern noch in den Xamen der vielen von den franzo- sischen Plei'adendichtern besungenen geliebten Frauen und der geliebten Màdchen lateinischer Dichter des Mittelalters und des Altertums, wahrend Laura als XTame bis jetzt als historisch mangelhaft verbiirgt gelten muss. Denn wenngleich. Bartoli (s. 1. e, S. 197) mit Anderen den Xamen Laura im Mittelalter fiir so gewohnlich halt, dass er meint ' che ogni giorno moris- sero molte Laure, poiché noi sappiamo che. codesto nome era comune in Provenza', so hat man ihn in einem Document vor Petrarca doch bis jetzt noch nicht nachgewiesen, und es kann die Frage gestellt werden. ob Laura nicht erst nach Petrarca zu einen beliebten Vornamen fùr Frauen ebenso geworden ist, wie es der Fall zu sein scheint bei dem Xamen des Helden der Rolanddichtung Olivier, den man noch im 9. Jahrhundert vergeblich in der Chronik und in der Urkunde sucht, oder der Fall ist mit dem Xamen Eleonore, der vor der Enkelin des àltesten Trobadors nicht angetroffen wird, oder mit dem Xamen Francesco, der vor Francesco d'Assisi nirgends als Vorname gefiihrt worden ist.

Merkwùrdig ist auch bei dem Xamen Laura, dass die Docu- mente, die den Lauraforschern den Xamen Laura darboten, immer lichtscheu gewesen sind und immer nur von demjenigen ge- sehen wurden, der ein Interesse an der von ihm ermittelten Laura hatte, dass sie aber wieder verschwanden, nachdem sie

GUSTAV GROEBliR

entdeckt worden waren. Vellutello lehnte die Laura ab, die ein Herr De Sade in Avignon unter seine Vorfahren rechnete und fur Petrarca's Laura ausgab, vveil seine Angaben auf un- controllierbaren Familienerinnerungen beruhten. Aber das Kir- chenbuch zu Cabrières d'Avignon, in dem Vellutello selbst mehrmals den Xamen Laura und die Laura antraf, die ihm als die Geliebte Petrarca's galt, Laura de Chiabau, aus dem Hause der Herren von Cabrières, angeblich dort am 17. Juni 13 14 getauft, in die sich somit Petrarca noch in den Kinder- jahren verliebt batte, hat Xiemand auch nur im 16. Jahrhundert wieder in Hànden gehabt, obgleich es doch fur diejenigen von Belang \var, die mit Maurice Scève 1533, acht Jahre nach Vellutello's Entdeckung, Laurareliquien aus der Grabstatte der Familie De Sade in der Frandskanerkirche zu Avignon aushoben. Dazu kommt, dass, wie Olivier-Vitalis, L'illustre Chà- tdaine (1842), S. 33 urkundlich nachweist. Herren von Chiabau nie Herren von Cabrières waren, das Kirchenbuch Vellutello's also im wichtigsten Punkte, der Familienangabe ilber den Tàufling, einen Irrthum begangen hàtte. Ebenso wird aber auch die erschlossene dritte Laura Costaing's, der 1819 in seiner Muse de Pétrarque Laura des Baux, aus der Familie der Adhe- mars-des-Baux.-Cavaillon fiir Petrarca's Laura ausgab, und die wohl nur in Olivier-Vitalis einen Glàubigen fand, der diese Laura nicht wahrscheinlicher zu machen vermochte, vergeblich in einer Aufzeichnung gesucht; vgl. dazu Flamini, 1. e, S. 352. Von einer Urahnin, Laura de Noves, Tochter Audeberts, Herrn von Xoves. um 1308 geboren, 1325 verheirathet mit einem Hugo De Sade in Avignon, Sohn des Paul De Sade, 1348 am 6. Aprii an der Pest gestorben, wusste der Abbé De Sade in seinen bahnbrechenden Mémoires pour la vìe de Pétrarque (1767) sogar das Testament mitzuteilen, das sich im Archiv seiner Familie vorfand, dessen Echtheit er zwar nicht versàumte durch sieben Zeugen von unbekanntem Bildungsgrad feststellen

VON i'ETRARCA'S LAURA

zu lassen, das àber mit den iibrigen Papieren des de Sade- schen Archivs cigentùmlicher Weise ebenfalls nicht in eine zweite Hand gelangte und mit dem Abbé verschollen ist. Auffallig ist an dem Testamente Laura's das Datum der Auf- stellung, 3. Aprii 1348, also nur 3 Tage vor ihrem Tode, den sie gleichwohl nicht geahnt zu haben scheint, da sie, die uxor Hugonis de Sadone, ihren letzten Willen 'sana mente* in genwart von frinì Zeugen durch den Notar aufsetzen lassen konnte. Weniger popular wurde eine fùnfte Laura von Avignon, die ein Abkommlung der Familie Peruzzi in einem Schriftstuck nachweisen konnte, der Petrarca's Freund Simone Peruzzi entstammt war, der Herr von Peruzzi, bei dem Bruce Whyte, der Verfasser der veralteten Histoire des langues romanes ( 1 im Jahre 1822 ein Manuscript von der Hand des Bruders Si- mone Peruzzi's, Luigi Peruzzi. vorfand, das eine Vita di Pe- trarca darstellte (gedr. bei Bruce Whyte 3, 372 ff.ì, aus der in Verbindung mit den Angaben spater Genealogen hervorgehen solite, dass Petrarca's unvermàhlt gebliebene Laura nicht die Frau Hugo's De Sade, sondern dessen Enkelin, die Tochter Paul's De Sade und seiner Frau Angière gewesen ware, Lau- recta de la casa di Salso. Fùr die Echtheit jener Vita di Pe- trarca seines Vorfahren aus dem Ende des 14. Jahrhunderts verburgte sich Herr Peruzzi zwar dem Lauraforscher Bruce Whyte durch eine eigne schriftliche Erklarung(s. Bruce Whyte, 1. e, S. 498), der zufolge sich jene handschriftliche Vita, von der Bruce Whyte Abschrift erhalten hatte, in seinem Besitze befand. Sie macht aber leider ganz den Eindruck einer Arbeit wie die Carte di Arborea, in Darstellung, Ausdruck und Or- thographie. Denn in der Weise moderner Begriindung eines geschichtlichen Factums heisst es darin z. B. (S. 374) von Danti Vs Tod ' Tucle le scritture s'accordano quando Dante mori, che fu l' anno 1321 el Petrarca urea anni iy '. und aus der Rolle eines Schriftstellers di . Jahrhunderts Eàllt nicht

GUSTAV GROEBER

minder der Verfasser der Bemerkung (S. 375) ' Avunque anni 23 avea el Petrarca quando s'enamorò. Laura è da presumere circa anni 18 '. Und wohin gerieth nun wieder dieses Ac- tenstùck der Familie Peruzzi? Von einer Nonne Laura des Klosters S. Laurent zu Avignon hat neuerdings Deloye in den Annales du midi, 1890, S. 463 Kunde gegeben, die an der Seite von Gliedern der Familie De Sade des 14. Jahrhunderts genannt wird, die dort Totenmessen fiir sich lesen liessen und dem Kloster noch in den Jahren 17.55-1776 eine Aebtissin Laura aus ihrem Geschlechte stellten. Und das Document, das jene altere Nonne Laura nennt, enthalt in einem Nachtrag sogar eine nekrologische Notiz iiber Petrarca selbst, wonach die Nonne Laura von S. Laurent den begriindetsten Anspruch zu haben scheint, als Petrarca's Laura zu gelten. Aber, wie lautet die Notiz ? « XVI Cai. Januarii obiit Franciscus de Pe- trarca amicus 11 os ter ». Und wer hat die Notiz verfasst ? Ein Unbekannter, der den Text des Obituariums vor einer Copie von g. 1480 und vor Nachtragen, die verschiedene Hande nach ihm einftigten, hergestellt hat. Und wo ist die Handschrift des Obituariums ? Sie ging mit andern Handschriften und Ur- kunden in der franzòsischen Revolution verloren, nachdem sie von dem in den geistlichen Stand iibergetretenen Leon de Massilian, der im Anfang des 19. Jahrhunderts in Italien starb, excerpiert und seinem handschriftlichen Nachlass einverleibt worden waren, der sich in Avignon befindet. Man beachte, dass der Todestag Petrarca's falsch angegeben wird (18. De- cember statt 18. Juli), dass Petrarca Franciscus de Petrarca und amicus noster also der Nonnen ? heisst, und man wird auch die Nonne Laura, die ein verschwundenes Document erwàhnte, als urkundlich nachgewiesen nicht anerkennen.

YVoher wissen wir also, wenn diese Laurae die einzigen bisher namhaft gemachten Vertreterinnen dieses Namens aus dem Mittelalter sind, dass Petrarca den Namen wirklich vor-

VON PETRARC.VS LAURA

gefunden hat, und dass der Name, wie Bartoli beauptet, ' cont- inuile in Provenza' war? Selbstverstandlich ist der Xame im Mittelalter doch nicht, wie er es wurde, nachdem ihn Petrarca berùhmt gemacht hatte, so dass ihn schon Boccaccio im Deca- meron in seiner Lauretta wiederkehren lassen konnte. Selbst- verstandlich sind im Mittelalter nur die traditionellen Heiligen- namen und die Namen germanischen Ursprungs. Und der Name Laura gehórt weder zu diesen, noch offenkundig zu jenen. Er klingt nur an an den Namen des tirolischen Zwerges Laurin in der Sage. Laurin ist aber selbst nicht als germanisch sicher erkennbar (vgl. lat. laurinus von laurus) und hat in Deutschland jedenfalls kein ùbliches Laura zur Seite. Wer sodann das « Hagia Laura », den Namen des àltesten der Kloster auf dem Berge Athos (io. Jahrh.), etwa heranziehen wollte, wurde sich tàuschen. Denn dieses Laura, auch das « grosse < Laura des h. Athanasius » genannt, von dem das Kloster gegrundet wurde, ist nicht Personenname, sondern das grie- chische Xa'jpa, d. i. Gang zwischen Felsen, hohle Gasse; es war der Xame aller alten Kloster in Syrien und Palàstina, die in einem Gang von Cellen bestanden, die in Felsen gehauen waren und ursprunglich den dortigen Mònchen als Wohnungen dienten; Xaópa gelangt so zur Bedeutung Kloster. Von jenem Laura- kloster spricht auch Paulus Diaconus l\ aber Xiemand konnte daher einen Personennamen ableiten. Auch die Hagiographen haben bisher noch keine Laura in glaubwiirdigen Aufzeich- nungen vorgefunden. Allerdings spricht man von einer Laura von Cordova, die um 864 gelebt haben soli. Aber sie begegnet nur in Liutprand untergeschobenen Papieren und wird von den Bollandisten, Ada Sanctorum, Oct. Bd. Vili, 590, abgelehnt. Dass sie in Spanien jedenfalls nicht populàr war, ergibt das Fehlen des Vornamens Laura auf der hiberischen Halbinsel.

1) S. Du Castge s. v. laura.

60 GUSTAV GROEBER

Und doch sind in Spanien zwei Heilige wohlbekannt, deren Xamen wie Bildungen von demselben Stamme sich ausnehmen, der allgemein gefeierte heilige Laurentius, der aus Spanien stammt und als Archidiakon in Rom 258 starb, und der hei- lige Laurianus oder Laureanus, Bischof v. Sevilla, der auch nach Umbrien und ins 6. Jahrhundert gesetzt wird (s. Espana sagrada, 9, 160 ff.i. Etymologischer Zusammenhang zwischen Laura und der Koseform Lauretta mit Laurentius ist jedoch nicht naheliegend. Er wiire von anderer Art, als z. B. der, der zwischen ital. Tommaso: Maso: Masetto besteht, und die Herausbildung von Laura aus Laurentius oder einer allerdings zu belegenden weiblichen Form Laurentia und daraus geformtem Deminuti v Lauretta wàre erst als mòglich zu erweisen. Dass das Wort Laurentius seinerseits, das adjectivisch von Virgil in der Aeneide gebraucht wird im Sinne von laurentisch, sich von der latinischen Stadt Laurentum herschreibt, kann natiirlich nicht zweifelhaft sein. Xaher liegend scheint Zusammenhang von Laura und Laureanus, das sich als Ableitung von Laurea, welche Xamensform Petrarca selbst in seinen lateinischen Schriften und demgemàss auch im Lauranekrolog der Virgil- handschrift statt Laura gebraucht hat, fassen làsst, nach Bild- ungen wie Aureliauus von Aurelia, Cornelianus von Cornelia u. s. w. Ja Laurea besteht sogar selbst lateinisch als Eigen- name und tritt als Cognomen zu mànnlichen und weiblichen Personennamen, besonders inschriftlich, auf. Auch Plinius spricht 31, 7 von einem Freigelassenen Cicero's Tullius Laurea; die cisalpinischen Inschriften kennen einen Virgilius Laurea {Corpus Inscript. latin... V. 7567) und eine Grabschrift daselbst (1. e, X. 7903) nennt eine Aebutia Laurea, mater. Auch eine mann- liche Seitenform Laurus ist als Cognomen den Inschriften nicht fremd (s. Forcellini, Onomastico?!, s. v.) und selbst als Heili- genname bekannt. Dass Laurus und Laurea von laurus, Lor- beer, und laurea, Lorbeerbaum, Lorbeerzweig hergenommen

VON PETRARC.VS LAURA

sind, wird kaum in Abrede zu stellen sein, wie wenig auch die Bedeutungen der Appellative sich zu Cognomina zu eignen scheinen (vgl. aber Sergius Catilina, Annius Capra, Julius Aquila, rómischer Jurist u. s. w.). Dock setzt der Name Lau- reanus den Eigennamen Laurea voraus, da von Appellativen wie laurea Ableitungen mit -anus nicht vorkommen, vielmckr alle Wòrter der lateinischen Spracke auf -ianus, -eanus von Eigennamen gebildet sind.

Wenn min aber auck das von Petrarca Laura gleichge- setzte Laurea als rómischer Eigenname zu erweisen ist, so ist Laura damit nock nickt aufgeklàrt. Denn aus Laurea kann Laura in keiner romaniscken Spracke kervorgeken ; Laurea ist auck kein in den romaniscken Spracken fortlebender Eigen- name. Er ist, wie alle Cognomina der lateiniscken Spracke, untergegangen. Petrarca kònnte daker immer nock als Sckòpfer des Xamens Laura aufgefasst werden, wenn die Echtkeit der Eintragung in den Virgilcodex sick anfechten lasst, der von einer Iebenden und verstorbenen Laura redet.

Il

Aber es gibt, auf franzosisckem Boden wenigstens, wirk- lick nackweisbare Tragerinnen des Xamens Laura vor Petrar- ca's Zeit, wenn sie auck nickt kaufig sind. Folgende Belege aus kistoriscken Quellen dùrften dafiir gentigen. Im S Frankreicks trug die Sckwester Baral's, des Vicegrafen von Marseille, des Sckiitzers des Trobadors und nachmaligen Bi- sckofs von Toulouse Folquet von Marseille, den Namen Laura (von S. Julian) '), der ausser in der provenzalischen Biographie nock in einem Schenkungsact erwàhnt wird. Petrarca spricht

n Ciiaiianeau, Les biographies des Troubadours (1S83), S. 82.

GUSTAV GROEBER

von Folquet voti Marseille im Trionfo d'amore, Cap. 4, 49 ff., weiss von Folquet's Beziehungen zu Genua, die in der proven- zalischen Biographie angegeben sind, und konnte daher hier schon dem Xamen Laura begegnet sein. Der Xame tritt ferner einige Male auch in der Familie des Simon von Montfort (Isle- de-France) und seiner sudfranzòsischen Verwandten auf. Eine seiner Tòchter, Laura1', gestorben vor 1237, war mit Géraud de Picquign)'- (Somme), Vicedominus zu Amiens, vermahlt; seine Enkelin, Laura 2) vonEpernon, hatte in erster Ehe Ferdinands III. von Castilien (f 1252) Sohn Ferdinand von Aumale zum Ge- mahl, in zweiter einen Herrn von Busancy und starb 1270. Auch eine Enkelin des Bruders Simons, Gui von Montfort, Herrn von Castres, Tochter Philipps II. von Montfort (f 1270) trug den Xamen Laura und Lauretta 3>; sie war vermahlt mit Bernard VI., Grafen von Comminges (f 1295), in zweiter Ehe, und Mutter des Cardinals Jean Raymond von Comminges 4), der 1348 in Avignon starb, 1346 in Rom bei der Wild des Xachfolgers Johann's von Bòhmen mit Cardinàlen der deutschen Partei in Zwist geriet und als Verfasser eines lateinischen Commentars zum 103. Psalm, einer Leidensgeschichte Christi und anderer Biicher bekannt ist. An einem Prozess, den ein Simon von Montfort durch ein Ver- ni achtnis in Bezug auf die Grafschaft Bigorre (H.tes Pyrénées) veranlasst hatte, ist die Gràfin Lora von Bigorre, Tochter von Alice von Montfort, Gemahlin Raimund's VI. von Turenne, Schwester Mathildens von Courtenay, der Gemahlin Philipp's (von Flandern), des Grafen von Chieti und Loretto, beteiligt; Lora erscheint in Qrkunden 3), auf den Prozess bezuglich, vom Jahre 1 297-1302. Zur Familie der Montfort gehòrte augen-

1) Histoire generale de Langiiedoc, VI (1879), S. 518.

2) Ari de vérifier Ics dates. 12 (1818), S. 43=;.

3) S. Hist. de Languedoc, IV, S. 318.

4) S. Giovanni Villani, Beh. XII, Cip. 59; Gallici Christiana, XIII, 38; Fabricius, Bibliotheca latina medii aevi, IV (1858), S. 406.

5) Gedruckt in Bibliothèque de l'Ecole des Charles, 4. Sci.. Bi. 3, 321 B.

VON' PETRAKCAS LAURA 63

scheinlich nodi die Grafin von Leicestria Laureta, die im Ti >• tenbuch des Klosters zu Lyre (Dép. Eure, Normandie) in der ersten Halfte des 13. Jahrhunderts verzeichnet wurde und zur Linie der englischen Grafen von Leicester gehort, die von Simon von Montfort abzweigte.

Sonst gibt es Tràgerinnen des Namens Laura Lore, Lau- retta Lorette noch im òstlichen Frankreich. Lambert von Ar- dres (Ende 12. Jahrh.) erwàhnt in seiner Geschichte der Grafen von Guines einen Sohn der natùrlichen Tochter Aelis des Grafen Manasse von Guines ("j- 1137), Hugo, der sich mit Mathilde. Tochter einer Dame Lauretta de Hammis !) (Diòzese Ham, Pas- de-Calais) vermahlte, die also um 1135 lebte. Aus Gislebert's von Mons (j 1223) Chronicon Hanoniense ersieht man, dass Laureta 2\ eine Tochter Thierry's von Elsass, Grafen von Flan- dern (f 1 1 68), mit dem Grafen Yvon von Gent, in zweiter Ehe, einen Sohn Thierry von Alost (Flandern) hatte, der in kinder- loser Ehe lebte mit Laureta, der Tochter Balduin's IV. von Hennegau (f n"i)- Die Bischofsliste des 13. Jahrhunderts von Metz 3> erwàhnt die Gemahlin des Grafen Thibaud's I. von Bar (f 12 18) Loreta, die eine Tochter des Grafen Louis' IL von Looz ("f 12 18; Liittich) war und ihre Tochter Agnes von Bar mit dem Herzog Ferri IL von Lothringen (f 12 13) verheirathete, den Grossvater Lorete's von Lothringen 4), die, in zweiter Ehe mit Guillaume von Vergy (zw. 1257 und 1267) vermàhlt, als die Heldin der rilhrenden franzòsischen Dichtung von der Cha- stelaìne de Vergi*} angesehen wird. Eine Schwester ihres Va- ters, Mathieu's IL von Lothringen, hiess ebenfalls Lorete 6> und war die Frau des Grafen Simon's IL von Saarbrucken (um 1

1) S. Pertz, Monumenta gerrn. histor., 24, 579.

2) S. Pertz, I. e, 21, 509. 510. 513. 517. 523; 23, 852; Ardois db Jubainvh.le, Hi- sloire des ducs et conles de Champagne, 2 (1861), S. 361. 376. 377; 3 (1861), S 11. 12; etc.

3) S. Pkrtz. 1. e, 25, 333; 23, 851. 899.

i) S. Recucii de documcnls sur l'histoirc de Lorraine, Btl. XVII (1893), S. 81. 84. 5) S. Raynaud in Romania, 1892, S. 152. 6i S. Recital, 1. e, S. 48. 92. 93.

GUSTAV GROEBER

Diese hatte ihrerseits eine Tochter Lorete n, die sich 1235 mit Geoffroy von Aspremont vermàhlte, 1247 Saarbriicken erbte, als die franzòsische Dichterin Lorete 2> ani Hofe zu Bar im 13. Jahrhundert zu betrachten sein wird und 127 1 starb. Nach ihr erhàlt sich der Xame noch fast ein Jahrhundert im Saar- briickner Hause. In der Champagne trifft man Lore genannte Pachterinnen von Domànen in der ersten Halite des 13. Jahr- hundert^ 3).

Eine mit der Lauretta do Hammis gleichaltrige Lauritta 4* erscheint endlich auch auf sùddeutschem Boden als Gemahlin Otto's III.. Grafen von Wolfrathausen (zw. 1125-1158), die als Wohltàterin des Klosters Diessen in der Augsburger Diòzese aufgefiihrt wird.

Die vorstehenden Falle des Vorkommens des Xamens Laura oder vielmehr der gewòhnlicheren Form Lauretta, die nicht ohne einige Mùhe zusammenzubringen waren, sprechen fur die Auffassung Bartoli's jedenfalls nicht, wonach im Sùden Frankreichs Laura so haufig vorkam, dass am Todestag Laura's in Avignon eine Menge Tragerinnen des Xamens sterben konnten. Immerhin aber zeugen sie dafiir, dass Petrarca den Namen nicht erfunden, sondern vorgefunden hat. Auch eine Ihrleitung des Namens wird durch eine der oben nachge- wiesenen Stellen nahe gelegt und zwar die aus Laurentia, ein Name der zu Zeiten in Frankreich angenscheinlich nicht unbeliebt 5) und selbst in Avignon ublich war, wo ihn eine Aebtissin des Lorenzklosters im 12. Jahrhundert trug 6). In dem franzosischen Chronicon Hanoniense, das durch Balduin

1) S. Recueil, 1. e, S. 92; Witte in Jàhrbuch der Geselìschaft fur lolkringische Geschichle, V, 2 (1S93), S. 94.

2) S. Grundriss der romanischen Philologie. Il, 1, S. 966.

3) S. Recueil des historiens des Gattles, 23, 660. 662; Arbois de Jubaixvili.e. 1. e, 7 (1S69), N. 479. 1877. 1949. 2106.

4) S. Pertz, 1. e, 17, 328.

5) S. Recueil des historiens des Gauìes. Bd. 23 Registei

6) S. Gallia Christiana, 1, 886.

VON PETIIARC.VS LAURA

d'Avesnes (Ende 13. Jahrh.) veranlasst wurde und die latei- nische Chronik des Gislebert von Mons benutzte, ist nàmlich die Namensform Laureta fiir die Tochter Thierry 's von El- sass, die Gislebert gebraucht, durch Laurence 1} ersetzt. Nimmt man hinzu, dass ein anderer Chronist jenes Gebietes und des 12.- 13. Jahrhunderts, Lambert von Ardres, von einer Mathilde spricht, die, wie er sagt 2), von den Leuten 'puerili nomine Matham appellatavi ' sei, so wird fiir die Zeit vor Pe- trarca die Existenz von Koseformen bei Xamen bezeugt, die bei der Verkurzung der betonten Silbe verlustig gehen konnten. Danach wàre auch aus Laurentia (Laurence) eine Kurzung Laura (Laure) und daraus eine Deminutivbildung Laureta Lo- rete nicht unmOglich, Laurentia aber das gesuchte Etymon des Namens Laura 3I. Die Seltenheit der Verkiirzungen solcher Art bei Namen erheischt jedoch einige Vorsicht. Matha fùr Ma- thilde trifft man nicht ein zweites Mal an. Wenn nun Lambert die franzòsische Namensform fiir Mathilde Mahaut gebraucht, der Abschreiber dafiir aber Maham gelesen und dieses Maham in Matham corrigiert hatte ? Danti ware die Entstehung von Laura aus Laurentia ein Fehlschluss, der hier vermieden werden kann, ohne dass dadurch die Existenz einer Laura in Avignon, von der der Nekrolog in der Virgilhandschrift spricht, in Frage gestellt wird. Dass Petrarca die Geliebte Laurea start Laura in seinen lateinischen Schriften nennt, beruht augen- scheinlich darauf, dass er das lateinische Coguomen Laurea kannte, und dass ihm Laurea bei seinen Erinnerungen an all' das, was fiir ihn laurea und laurus bedeuteten, sinnvoiler klang als das gewòhnliche Laura.

1) Andcrc Handschriften Leuratice, s. Pertz, J. c. 24. 438.

2) Pertz, 1. e, 24, 579.

3| Franzosisches Lord, Lanret diirftc dami zìi Laurcntius 5tatt zu Laurus gestellt werden.

GUSTAV GROEBER

III.

Und min der zweite Punkt: Ist der Eintrag ùber Laura auf dem Blatte des Yirgilcodex nicht doch erweisbar von Pe- trarcas Hand, oder angesichts des Wunders, das darin festge- stellt wird, wonach der Tag, ari dem Petrarca Laura zum ersten Mal sah, derselbe war, an dem sie ein und zwanzig Jahre spater starb, wirklich nur die Einzeichnung eines Xachahmers des Stiles Petrarca's, der ihn in mysteriòsem Ausdruck noch tiberbieten wollte ? Man hat sich wiedcrholt fiir die letztere Auffassung entschieden. Die Frage ist in erster Linie eine pa- làographische, in zweiter eine sachliche. Ist Petrarca's Hand in dem Laureanekrolog erkennbar? fragen wir zuerst. Auch darin gehen die Meinungen heute auseinander.

Der Laureanekrolog liegt im Facsimileabdruck in Geiger's Renaissance und 1 lumanismus in Italici! und DenfscJiland(\S&2), S. 44 vor '), mit dem sich dio Facsimìleabclriicke aus andern von Petrarca geschriebenen Handschriften vergleichen lassen, die De Nolhac in den Mélanges d'archeologie et d'histoire (Ecole de Rome), VII (1887), am Ende, und Monaci im Archivio pa- leografico italiano, I (1890), Blatt 52-71, mitgeteilt haben. Ueber den Hersteller des Laureanekrologs in der Virgilhandschrift hatte schon 1822 Bruce Whyte gewiegte Palàographen wie Mazzuchelli, Angelo Mai und Bettio sich aussern lassen 2|, und unter ihnen hatte der letztere in seiner Begutachtung die Yer- schiedenheit der g, s am Wortende, der Abkiirzungen von et, per, -rcs u. s. w. im Xekrolog und in den Autographa Petrarca's in der Vaticana fiir so erheblich erklàrt, das der Xekrolog Petrarca nicht zugeschrieben werden konne. So hatte aus sach-

1) Mir wurde nach Vollendung dìeser Ausfùhrungen noch durch F. WultTs Gefal- ligkeit ein von ihm genommener photographisclier Abzug zugànglich.

2) S. Bruce Whyte, Hist. des lang. rom., i, 3S3 f.; 499 f.

VON PETRARCA'S LAURA

lichen Grùnden auch schon 1669 Tassoni geurtheilt, der in seinen Considerazioni sopra le rime del Petrarca (S. 14) die ' Lettera ' des Yirgilcodex uber Laura inani!', stamente perfalsa nannte. Fùr echt erklàrte sie dagegen wiederholt und noch neuerdings unter Anderen auch De Xolhac ". Alleili die Ab- weichungen in der Gestalt der Schriftzeichen, die Bettio her- vorhob, und die noch bei anderen Buchstaben /, b, Abkiirzungs- zeichen ùber den Buchstaben u. a. stattfinden, sind in der That nicht zu verkennen,und es bestehen Verschiedenheiten der Schrift auch sogar auf der einen Rectoseite des Blattes der Virgilhand- schrift mit den verschiedenen Einzeichnungen Petrarca's uber ver- storbene Freunde und uber seinen Sohn sowie gegeniiber der Versoseite mit dem Eintrag ùber Laura. Ich ersehe jene Ver- schiedenheit aus dem photographischen Xegativ und einem Abzug davon, die fiir mieli nach der Handschrift der Ambro- siana durch die Vermittelung des Prefetto der Ambrosianischen Bibliothek, Herrn P. Ceriani, angefertigt vvurden, dessen dabei bewiesene Liberalitàt und Liebenswurdigkeit mieli ihm zu grossen Danke verpflichtet. Bei dieser Rectoseite, von der weder eine Abbildung noch eine deutliche Beschreibung ge- genwartig bekannt ist, ist hier einen Augenblick zu verweilen. Sie ist in drei Absatzen geschrieben. Von der ersten bis zur letzten Zeile betràgt der beschriebene Raum 32 Centimeter. Der oberste Absatz, die Mitte des Blattes in zwei Zeilen von 1 15 Millimeter einnehmend, enthiilt die Angabe uber Raub und Wiedergewinnung des Codex, zu dem das Blatt gehòrte: Liber hic furto >ui hi subreptus /'itera/ anno domini -MCCCXXÌ'I- IlIIkl' novembr. \ ac deinde restitutus anno -MCCCXXXVIII- die -XVII- Aprilis a pud Ariù. Der zweite Absatz, nach 22 Millimeter Xwischenraum dem oberen erst folgend, auf noch vier (nach rechts sechs) Zeilen verblasster, mehr cursiv

1) S. Wulf» in Studier i modem Sprakvetenskap, [I (1901), S. 168.

GUSTAV GROEBER

gehaltener Schrift viclleicht nur Abklatsch einer Gegenseite durchschimmern, mit der Ueberschrift Tilire von 92Millimeter Zeilenbreite und 104 Millimeter Hohe bei 24 Zeilen, in drei Zeilengruppen von 11, 4 und 9 Zeilen, nimmt nur die linke Seitenhalfte , und diese nicht ganz, ein, ist sorgfàltiger, nur etwas kleiner geschrieben, als die Mittheilung iiber den Codex.- raub, zeigt dieselben Schriftzlige und bietet Erlauterungen zu Virgils erster Ekloge von Tityrus und Meliboeus. Rechts von diesen Erlauterungen treten einzelne Buchstaben und Zahlen hervor, iiber die l'io Rajna in einem Briefe an Wulff sich geaussert hat n. Weiter darunter, 140 Millimeter unter der zweiten Zeile iiber den Codexraub, sind drei Zeilen in kleiner Schrift zu sehen, aber nur einzelne Buchstaben noch lesbar. Der dritte Absatz am Fusse der Seite mit den nekrologischen Eintràgen iiber Johannes Petrarca und iiber die verstorbenen Freunde Petrarca's nimmt den ganzen untern Theil der Seite ein. Er folgt aber erst nach einem Zvvischenraum von 100 Mil- limetern auf die Erlauterungen zur ersten Ekloge Virgils und ist so angeordnet, dass die Nachrichten 2) iiber den Sohn, fùnf Zeilen, die iiber den Freund Socrates sechs Zeilen und die iiber Philipp von Vitry und Philipp von Cavaillon, fiinf Zeilen, von einander durch einen Raum von drei Millimetern bei den herab- und hinaufreichenden Buchstaben getrennt, den Rest der linken Halite der Seite, bei einer Zeilenbreite von 135-138 Millimetern, einnehmen, und daher in Zeilen gebracht sind, die die Breite der Zeilen bei den Erlauterungen zur Ekloge um 30 und mehr Millimeter ùberschreiten. Der Notiz ùber den Toc! Philipp's von Vitry und Philipp's von Cavaillon, die ersten zwei von den Verstorbenen, die nach dem Eintrag iiber So- crates noch envàhnt werden sollten, ist in der rechten Ecke die Correctur iibergeschrieben : Heu mi/zi, imo septcm, nec

i) s. 1. e, s. in f.

2) S. den Text bei Barioli, 1. e, S. 194 f.

VOM PETRARCA'S LAURA 69

scieb.itn. Gegeniiber, auf der rechten Seitenhalfte folgen d mn, jedesmal mit Zeilenabsatz, die iibrigen fiinf Nachrufe, mit nur 80 Millimeter Zeilenbreite, die drei ersten in der Ideinoti Schrift, die bei den Erlauterungen zu Virgil gebraucht ist, die beiden letzten, die Jacobinus Bossius und Bernardinus de Angossolis beklagen, in der fliichtigeren gròsseren Schrift, die bei den Nekrologen der linken Seitenhalfte angewendet wurde. Die Tinte bei Bernardinus ist bleich oder verblichen oder a griffen. Die Xekrologe reichen so beinahe bis zum untern Rande der Seite herab, wahrend in der Mitte der Seite die linke llàlfte bei etwa 100 Millimetern, die rechte bei etwa 220 Millimetern, abgesehen von den erwahnten zerstreuten Eintràgen, gànzlich leer geblieben ist. Der leere Raum muss fiir eine Fortsetzung der Erlauterungen zu Virgils Ekloge aufgespart, die Nekro- loge, deren erster sich der Anordnung nach auf das Jahr 136 1 bezieht, miissen erst nach Beginn des Eintrags der Erlauter- ungen ani untern Theile der Seite angebracht worden sein. Aber nicht erst 1361, im letzten Todesjahr, das in d<">n Xekro- logen erwahnt ist. Vielmehr sind die Xekrologe in chronolo- gischer Reihe und jahrweise eingeschrieben worden, wie schon die Verschiedenheit der Schrift deutlich erkennen làsst, und die Einzeichnungen begannen nicht auf der linken, sondern auf der rechten Spalte. Sie sind seit Baldelli in falscher Ord- nung veròffentlicht vvòrden. Zuerst wurden in der kleinen Schrift der Erlauterungen die zwei Todesfàlle vom Jahre 1349, Paganinus und Maynardus, in der rechten untern Ecke auf- gezeichnet. Darunter folgt, in etwas gròsseren Buchstaben, der Todesfall 1350 Carraria, in breiterer Schrift danach die Todes- nachricht Bossius 1357 und mit blasserer Tinte und deutliche- ren Buchstaben (jetzt abgegriffen) der Nachruf auf Bernardinus 1359. womit die rechte Spalte zu Ende ist. Hierauf kam ersi die linke Spalte, ebenfalls mit schwacher Tinte geschrieben. an die Reihe. Sie wird eròffnet riunii die eingehendere Mei-

GUSTAV GROEBER

dung iiber den Tod des Sohnes 136 1, der der ebenfalls aus- gefuhrtore Nachruf auf Socrates folgt, an dessen Schluss jenen beiden sowie den ftìnf vorgenannten {reliquos), das sind die fiinf auf der rechten Spalte betrauerten Freunde, das Himmelreich gewunscht wird. Dazu bildet dann, hinter der Berichtigung : heu milii imo sepie-m, nec sciebam, einen Xachtrag, durch den die linke Spalte gefullt wird, die mit noch breiteren Buchstaben geschriebene Todesmeldung Iiber die beiden Philipp vom Jahre 1361, so dass das Ganze mit den Worten schliesst: heu, prope jam solus sunti Hiernach sind die Xekrologe in dieser Ordnung im Druck vriederzugeben, wie erst De Nolhac ') gethan hat, ohne den Thatbestand festgestellt zu haben, aus Griinden augen- scheinlich der Chronologie.

Dass min die Rectoseite, mindestens im dritten Absatz, von dem namlichen Schreìber herriihrt, kann trotz der Verschie- denheit von Buchstabenformen bei dem ubereinstimmenden Tenor der Todesmeldungen nicht bezweifelt werden ; der Schreiber liefert damit fùr dreizehn Jahre Proben seiner sich àndernden, allmàhlich gròsser gewordenen Schrift, ein pa- laographisches Document, darin wohl einzig in seiner Art, dass es auf beschranktem Raume die Schriftentwicklung einer und derselben Hand in sechs Phasen darstellt. Es ist allein schon geeignet die Bedenken Bettio's und Anderer gegen die ' Let- tera ' der Virgilhandschrift zu beseitigen, da die von Bettio in der ' Lettera ' beanstandeten g, s, die Zeichen fur et, per, -us, die Abkurzungsformen iiber den Buchstaben hier wieder- kehren, besonders in den Eintragen der rechten Ecke des Recto vom Jahre 1349 und 1350, die der Angabe iiber Laura auf dem Verso zeitlich am nàchsten stehen und sich wie die Fort- setzung dazu ausnehmen. Warum sie selber nicht auf den Lau- ranekrolog folgen, zu dem sie sachlich gehòren und hinter dem

]) De Nolhac, Pétrarqitc et Vhumanismc (1892), S. 405.

71

sie Platz gefunden hatten, ist allerdings nicht angebbar. Erst 95 Millimeter unter der Lauranotiz, stehen, in derselben nur erheblich enger gehaltenen Schrift, wieder zwei Zeilen, von ioo Millimeter Breite nebst einer 45 Millimeter breiten Schluss- zeile, beziiglich auf den Apostel Paulus und das Mausoleum Virgils, ine. In conversicme pauli apostoli ad missam cantatur quaedam sequentia.... und hierunter, nach 69 Millimeter Zwi- schenraum, ziemlich ani Fusse des Verso, wieder in derselben Schriftart noch io volle Zeilen von 104 Millimeter Breite, nebst einer kurzen Ueberschrift, eine Eròrterung ùber Vaglia (!) et vera bona, worin einzelnes verblichen ist. Man erhalt von den Ein- tragen auf den beiden Seiten den Eindruck, dass zuerst der obere und mittlere Teil des Recto beschrieben, darauf oben auf dem Verso die Lauranachricht eingetragen, hiernach die Xekrologe auf dem Recto am untern Rande aufgezeichnet und zuletzt die drei- und zehnzeiligen Notizen in der Mitte des Verso geschrieben wurden, deren saubere Ziige an die Schrift Petrarca's in der Reinschrift des Liederbuchs, Cod. Vatican. X. 3195, erinnern. Diese wechselseitige Verwendung der Blatt- seiten andert aber an der Sachlage nichts : im wesentlichen war das Blatt der Virgilhandschrift ein Erinnerungsblatt fùr den Schreiber zum persònlichen Gebrauch, auf dem daher die Schrift nach Stimmungen, Umstànden und Jahren wech- seln durfte, wie in dem Liederconcept des Vaticanischen Codex

x. 3196.

War min aber Petrarca der Schreiber? Lediglich palào- graphisch ist die Frage nicht zu entscheiden, weil von Petrarca nicht nur eine. sondern eine ganze Reihe Schriftarten, z. B. auch im Vaticanischen Codex 3196 iiberliefert sind, seine Art zu schreiben sich nicht gleich blieb, und ein durchgreifendes Characteristicum seiner Schrift abgeht, wobei jedoch ins Ge- wicht fallt, dass im Codex 3196 ein Teil der Schriftarten des Blattes dor Yirnilhandschrift vviederkehrt. Und zu der mit den

GUSTAV GROEBER

Jahren zunehmenden Gròsse der Schrift auf dem Blatt der Virgilhandschrift halte man die Klage, die Petrarca in den Epistolae seniles, VI, 6, an Philipp von Cavaillon, im Jahre 1366 iiber die jungen Lente fuhrt, die Sich so kleiner und gedrangter Schrift taefleissigen, dass den Lesern davon die Augen schmerzen und der Kaufer solcher Biicher mit ihnen ein Mirtei erwerbe, sich selbst blind zu machen. Er selbst hatte damals offenbar die kleine Schrift aufgegeben, deren auch er sich friiher be- dient hatte. Aber dazu kommt nun, dass die Richtigkeit sach- licher Einzelheiten in den Nekrologen controlirbar ist und einen Falscher x\ der sich des Namens Petrarca's bedient hatte, sowie jeden verniinftigen Zweifel daran ausschliesst, dass Petrarca das Recto wie das Verso des Blattes des Virgilcodex. selbst beschrieben habe. Zu diesen Einzelheiten gehoren die Angaben der Nekrologe iiber die Todesjahre :' der Freunde Petrarca's und ùber die Tage, auf die das Datum eines Todesfallos traf. Der 23. Mai des Jahres 1349, an dem Paganinus starb, war wirklich ein Sonnabend, und der 26. Mai desselbon Jahres, der Todestag des Maynardus, war wirklich, wie angegeben, ein Dienstag. Ebenso fiel der 18. Mai. an dem der Schreiber des Xokrologs vom Tode des Freundes Petrarca's, Socrates, horte, auf einen Mittwoch, und der 22. August desselben Jahres, wo dem Schreiber die Kunde ward von dem Tode des Bischofs Philipp von Cavaillon, ad quem, wie es im Xekrolog heisst, ' est Libcr meus de vita solitaria ', auf einen Sonntag. Solite der Falscher, der doch erst nach Petrarca's Tode in seinem Namen sprechen konnte, so genau den Kalender der Jahre 1349 und 1361 noch inne gehabt und solite er, im 14. Jahr- hundert, an solcher Stelle, so ernst es mit seiner Falschung genommen haben, dass er auch in der Tagangabe, die die We-

1) Auch Wclff scheint noch an einen solchen zu denken, s. 1. e., S. 168. 170.

2) Zu dem Jahre 1359, in dem Bernardini^ de Angossolis de Placentia, miles. starb, s. Poggiali. Storia Piacenza, 6 (1789), S. 327.

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nigsten nachprùfen konnten, nicht fehl ging ? Und fur wen hatte er alle diese richtigen Angaben auf dem Blatt des Vir- gilcodex gefalscht? Wer konnte sie dort lesen, und wer konnte und salite dort die Xotiz uber Laura finden, um durch sie uber Petrarca's Laura getauscht zu vverden? Dazu hàtte die Form eines Gedenkblattes dienen konnen, und dazu wàre auch noch ein Wechsel der Handschrift, der sich im Vaticanischen Codex 3196 wiederholt, nothig gewesen? Die Unmòglichkeit, einen solchen Fàlscher begreiflich zu machen, der von Petrarca's Sohne, wie von Petrarca's Freunden, auch noch als Vater und Freund, und in der Ichform spricht, und der in der verschie- densten Weise sein Beileid uber den Hingang der Verstor- benen zu bekunden weiss, gestattet gar nicht, in dem Schreiber des Blattes der Virgilhandschrift eine andere Person als die nàchstbeteiligte, die in der Ichform redet, als Petrarca an- zuerkennen, der es sogar nicht verschmàhte, sich uber seine gartnerische Thàtigkeit und die Entwickelung seiner Lorbeer- pflanzungen Tagebuchaufzeichnungen '' in ab.nlicb.er Form an- zulegen.

Freilich ein unbeachteter chronologischer Fehler in den Todesnachrichten scheint vorzuliegen, bei der letzten Angabe iiber Philipp von Cavaillon nàmlich, ilber dessen Tod am 22. August, gleichzeitig rait der Meldung des Todes Philipps von Vitrv, Petrarca Kunde wurde, nach den Worten : Eadem die afi/ìie Jwra percepì obilum optimi patris ac domini mei Pia- li ppi alterius, Cavallionensis episcopi, ad quem est Uber Vitae soli/arine. Maximus rerum inearum praeco obiit. Heu! prope in m so/us su in. Aber Philipp, Bischof von Cavaillon, starb erst [372, wurde 1369 oder 137 1 Bischof von Sabina, 1368 Cardinal, 1361 Patriarch von Jerusalem, erhielt das W'ul- mungsexemplar der Schrift De vita solitaria von Petrarca mit

Iruckl un Giornale storico. f), 411.

74 GUSTAV GROEBER

dem Briefe N. 5 der Epistolae seniles Buch VI im Jahre 1366, und Petrarca correspondierte mit ihm bis zum Jahre 1371. Die Schwierigkeit wùrde sich leicht heben, wenn jene To- desnachricht iiber Philipp von Cavaillon auf das Jahr 1368 sich bezoge, wo Petrarca, nachdem er eben an Francesco Bruni von der bevorstehenden Wahl Philipps zum Cardinal berichtet hat, in einem Postscriptum, Epistolae seniles, XI, 2, die Mit- teilung anfiigt, dass ihm eben die Meldung von Philipp's Tode zugegangen sei, ebenfalls eine falsche Todsagung Philipps. Allein das Postscriptum lautet auf den 5. October im Jahre 1368, die Todesmeldung iiber Philipp am Ende der Nekrologe aber auf dem Blatt des Virgilcodex auf den 22. August. Und da ein Jahr nicht besonders angegeben. vorher aber von 1361 die Redo, und Philipp von Cavaillon der angekùndigte siebente verstorbene Freund ist, so bleibt die irrthiimliche Angabe iiber Philipps Tod ira Jahre 136 1 bestehen '*. Aber wenn Petrarca 1368 eine falsche Xachricht iiber Philipp erhalten konnte, warum nicht auch 1361 ? Direct gibt sich Petrarca als Einzeichner der falschen Xachricht durch die Aeusserung ad quem est Iiber Vitae solitariae, d. h., das Buch, das ihn Jahrzehnte schon be- schàftigte und das fiir Philipp bestimmt war, zu erkennen, denn hiervon konnte nur Petrarca selber wissen.

IV.

Ich halte damit die Streitfrage iiber den Urheber des Lauraeintrags im Virgilcodex fiir erledigt. Laura lebte und lebte in Avignon. wo sie Petrarca sah und wo sie starb. Das

1) S. ùber Philipp von Cavaillon noch Gallia Christiana, I, 948 f. De Nolhac hat 1. e, S. 407, diese Sachlage verkannt und nimmt irrthùmlich an, dass die Eintragung 1372 erfolgt sei.

VON PETRARCA'S LAI i; \

YVunder vora 6. Aprii bleibt bestehc-n ; Petrarca hat es con- statiert, fiir sich lediglieli, da es nur auf dem Gedenkblatt steht, mag er sich damit auch einer Selbsttauschung hinge- geben haben, vvorin er sich. wie bekannt, gefiel. Aber wenn Avi- gnoneserin, war Laura noch keine De Sade. Eine Laura De Sade ist in verschwundenen Actenstiicken angeblich genannt gewesen; da wir die Actenstucke nicht mehr haben. begniigen wir uns von Laura nicht mehr zu vvissen, als Petrarca uns wissen lasst: sie war mehr seine Muse, als seine Geliebte. Er ist ihr nie nahe gekommen; sie lebte fùr ihn in der Ferne und in der Hohe. Er hat von ihr kein W'ort der Liebe zu vere- wigen, das sie zu ihm gesprochen hatte, keiner intimen Be- ruhrung sich zu rùhmen, die ihm gestattet worden wàre, sie ist Gegenstand seines Sinnens und Tràumens, der Inbegriff eines geistigen Schónheitsideals vora diesseitigen Alenschen, das ihn berauschte, nach dem er trachtete, das ihn zum Dichten anregte und durch dessen dichterische Verherrlichung er die Dichterkrone zu ervverben hoffte und erwarb. Laura ist Laura und lauro, Wirklichkeit und Phantom, das Sinnbild aller aesthe- tischen und sittlichen Vollkommenheiten, die Petrarca's Seele zu erzeugen und sich zu vergegenwàrtigen vermochte, das Seitenstùck zu Dante's Beatrice, dem Sinnbild von Dante's religiosen Ideen. Nicht besser als durch Cesareo's Worte (1. e, S. 248) làsst sich der Sinn der Poesie volgari Petrarca's dahin bestimmen : mirabile documento di psicologia umana, non può avere se non iscarso valore di testimonianza storica per la vita del poeta e anche meno per la determinazione reale di madonna Laura, und mit ihm (S. 244) der Ca?izoniere characterisieren als: la storia d'un uomo, il <juale s'affatica a conoscer se stesso, a osservare, a scrutare, a analizzare i muti pia oscuri dell' a- nimo, . . . e poi considera attentamente In spettacolo alto e tre- mendo della morte, e ciò tutto per conseguire l'umiltà e. il timore di /i'i\ so dass der erste Teil der Poesie volgari. In vita di

GUSTAV GROEBER: VOX PETRARCA'S LAURA

madonna Laura, darstellt: il viaggio terrestre deli' uomo eli e ri- cerca se stesso, der zweite Teil, In morte di madonna Laura : la coiitvnplazione istruttiva e paurosa della morte und die Trionfi: l'umiltà e il timore di Dio. Cesareo hat nicht nòthig bei der Construction dieser Trilogie die Echtheit der Lauranote im Vir- gilcodex in Zweifel zu ziehen ' .

Gustav Gróber.

1) S. Giornale storico, 32, 406

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The Earliest References to Dante in English Literature

HE earliest mention of Dante in English literature occurs in the works of Chaucer, who was born some twenty years after Dante's death. Into the vexed question as to the pre- cise dates at which Chaucer's several pieces were written it is unnecessary to enter here. It is sufficient for our purpose to note the point (upon which ali the editors of Chaucer seem to be agreed) that none of the poems in which references to, or quotations from, Dante occur is likely to have been written before the date of Chaucer's first journey into Italy, that is, before the year 1373. It may be stated, therefore, with tole- rable certainty that it was not till more than fifty years after Dante's death (in 132 1) that any mention was made of him or of his writings by an English author.

Chaucer mentions Dante by name no less than five times '', each time with direct reference to some passage or portion of the Divina Commedia. The earliest mention uissuming that the

li Dante's name is actually mentioned sin tinics by Chaucer, but in one reference (that in the Wift of Bath's Tale) the name occurs in two consecutive lincs, and in the sanie connexion.

78 PAGET TOYNBEE

commonly accepted dates of the poems in question are correct) occurs in the House of Fame (1384), a work in which the in- fluence of Dante is strongly marked throughout '•'. Speaking of the descent of Aeneas into the infernal regions Chaucer says:

' And everv tourment eek in nelle

Saw he, which is long to telle,

Which who-so willeth for to knowe.

He moste rede many a rowe

On Virgile or on Claudian.

Or Diunte, that hit telle can '.

(11. 445-450).

The other four mentions occur in four separate poems, ali of which probably are later in date than the House of Fainr. In the Fr/ar's Tale the devil, being questioned by the Sum- moner as to the shapes assumed by himself or his fellows, replies that the Summonor will someday go to a place where he will be in a positioato say more on that subject than either Virgil or Dante did the allusion being, of course, to the sixth book of the Aeneid and to the Inferno :

' Thou shalt her-afterward, my brother dere,

Com ther thee nedeth nat of me to lere.

For thou shalt by thyn owene experience

Conne in a chayc-r rede of this sentence

Bet than Virgyle, whyl he was on Iyve,

Or Dant also.... '.

(11. 217-222).

In the Wife of Bath's Tale the narrator, after discussing the nature of true ' gentillesse ' 2\ observes :

1) For an exhaustive examination of Chaucer's iniebtedness to the Divina Commedia in the House of Fame, see an article by A. Rambeau in Ellglische Studien (HI, 209 ff.).

2) A discussion in which Chaucer obviously had in mind Dante's canzone ' Le dolci rime d'amor ', the third canzone in the Convivio (IV. I).

THE EARLIEST RIÌFKRENCES TO DANTE IN ENGLISH

' Wel cui the w .se poete of Florence,

That highte Dant. speken in this sentence ;

Lo in swich maner rvm is Dantes tale :

Fui selde up ryseth by bis branches smale

Prowesse of man, for God, of his goodnesse,

Wol that of him we clayme our gentillesse '.

(11. 269-274).

These last three lines are a fairly dose rendering of lines 121- 123 of the seventh canto of the Purgatorio :

' Rade volte risurge per li rami

L'umana probitate ; e questo vuole

Quei che la dà, perchè da lui si chiami '.

The best knovvn passage in which Chaucer mentions Dante is probably that in the Monk's Tale, where the story is told of the miserable end of the ' eri Hugelyn of Pyse '. After relating how Ugolino and his children had been cast into prison through the machinations of ' Roger, which that bisshop was of Pyse ', Chaucer continues the narration in the forni of an abridged version of the episode as described by Dante in the thirty-third canto of the Inferno :

' And on a day bifìl that, in that hour,

Whan that his mete wont was to be broght, The gayler shette the dores of the tour. He herde it wel. but he spak right noght, And in his herte anon ther fil a thoght, That they for hunger wolde doon him dyen. Alias 1 quod he, alias 1 that I was wroght ! Therwith the teres fillen from his yen.

His yonge sone, that three yeer was of age, Un-to him seyde, Fader, why do ve wepe ? Whan wol the gayler bringen our potage, Is ther no morsel breed that yc di kepe ?

VGET TOYNBEE

I am so hungry that I may nnt siepe. Now wolde God that I mighte slepen ève ! Than sholde nat hunger in my wombe crepe ; Ther is no thing, save breed, tliat me were lever.

Thus day by day this child bigan to crve, Til in his fadres barme adoun it lay, And seyde, Far-wel, Fader, I moot dye, And kiste his fader, and deyde the sanie day. And whan the woful fader deed it sey, For wo his arnies two he gan to byte, And seyde, alias, fortune! and weylaway ! Thy false wheel my wo al may I wyte !

His children wende tli it it for hunger was

That he his armes gnow, and nat for wo,

And seyde, Fader, do nat so, alias !

Buk rather eet the Mesh upon us two ;

Our flesh thou yaf us, tak our flesh us fro

And eet y-nough : right thus they to him seyde,

And after that, with-in a day or two,

They leyde hem in h's lappe adoun, and deyde.

Him-self, despeired, eek for hunger start ;

Thus ended is this mighty Eri of Pyse ;

From heigh estaat fortune awey him carf.

Of this tragedie it oghte y-nough suffyse.

Who-so wol here it in a lenger wyse,

Redeth the grete poete of Itaille,

That highte Dant, for he can al devyse

Fro point to point, nat o word wol he faille '.

(II. 433-472).

The lines in the Inferno which Chaucer has thus para- phrased are the following:

' L'ora s'appressava Che il cibo ne soleva essere addotto....

THE EARLIEST REFERENCES TO DANTE IX ENGLISH 8!

Ed io sentii chiavar l'uscio di sotto

All'orribile torre; ond'io guardai

Nel viso a' miei fìgliuoi senza far motto. Io non piangeva ; si dentro impietrai .

Piangevan elli ; ed Anselmuccio mio

Disse : Tu guardi sì, padre : che hai ? Perciò non lagrimai. rispos' io

Tutto quel giorno, la notte appresso,

Infili che l'altro sol nel mondo uscio. Come un poco di raggio si fu messo

Nel doloroso carcere, ed io scorai

Per quattro visi il mio aspetto stesso; Ambo le man per lo dolor mi morsi.

Ed ei, pensando eh' io '1 fessi per voglia

I )i manicar, di subito levorsi, E disser : Padre, assai ci fia men doglia

Se tu mangi di noi : tu ne vestisti

Queste misere carni, e tu le spoglia. Queta' mi allor per non farli più tristi :

Lo di e l'altro stemmo tutti muti:

Ahi dura terra, perchè non t'apristi ? Posciachè fummo al quarto di venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,

Dicendo : Padre mio. che non m'aiuti ? Quivi mori : e come tu me vidi,

Vid' io cascar li tre ad uno ad uno

Tra il quinto di e il sesto: ond'io mi diedi Già cieco a brancolar sopra ciascuno,

E due di li chiamai poi che tur morti:

Poscia, più che il dolor, potè il digiuno '.

(/(>/., XXXIII. 43-7S).

The fiftli and List mention of Dante's name by Chaucer oc- curs in the Prologue to the Legend of Good Women, where, speaking of Envv, Chaucer says :

' Envye is lavender of the court alway ;

For she ne parteth, neither night ne day,

Out of the hous of Cesar; thus ite '. (il. 358-360).

PAGET TOYNBEE

The reference is to the description of Envy in the thir- teenth canto of the In fcnio, which Dante puts into the mouth of Pier delle Vigne, and which Chaucer has loosely paraphrased :

' La meretrice che ma: dall'ospizio

Di Cesare non torse gli occhi putti. Morte comune, e delle corri vizio '.

(11. 64-66).

Besides these five passages in which Dante is referred to bv name (in three of which, as we have noted, Chaucer has translated or paraphrased passages from the Divina Commedia), there are many others in which Chaucer was undoubtedly imitating, if not translating, Dante, though no indication is given of the fact to the reader.

S.veral of these occur in the Troilus and Cressidi, which was probably written between 1380 and 1382. The simile in the second book (II. 967-969) :

' But right as flo.ires, through the colde of night Y-closed. stoupen on hir stalkes lowe, Redressen hem a-yein the sonne bright '.

appears to be taken from Inferno, II, 127-121 :

' Quali i fioretti dal notturno gelo

Chinati e chiusi, poi che il Sol gì' imbianca. Si drizzan tutti aperti in loro stelo ' ;

though, as Carv points out, Chaucer may have taken it not direct from Dante but from Boccaccio's imitation of the sanie passage in the Filostrato (II, 80).

The apostrophe to Love in the third book (11. 1261-1263):

Benigne Love, thou holy bond of thinges, Who-so wol grace, and list thee nought honouren, Lo, his desyr wol flee with-outen \vinge< '

THE EARLIEST REFERENCES TO DANTE IX ENGLISH f-3

is adapted from p.irt of St. Bernard's invocation to the Virgin Mary, at the beginning of the thirty-third canto of the Pa- radiso :

' Donna, sei tanto grande e tanto vali,

Che qual vuol grazia ed a te non ricorre.

Sua disianza vuol volar senz'ali '.

(11. 13-15).

The passage in which these lines occur was, as we shall see, a favourite with Chaucer, who has borrowed from it again in two of his later works.

The description of the Trinity in Unity in the fifth book (11. 1863-1865):

' Thou oon, and two. and three, eterne on-lyve, That regnest ay in three and two and oon, Uncirqumscript, and al mayst circumscryve ',

is translated almost verbatim from Paradiso, XIV, 28-30:

' Quell'uno e due e tre che sempre vive, E regna sempre in tre e due ed uno, Non circonscritt 1, e tutto circonscrive.... '.

Another passage in the third book (11. 1625-162S):

' For of fortunes sharp adversitee The worste kinde of infortirne is this, A man to hare ben in prosperitee, And it remembren. whan it passed is '

bears a close resemblance to a passage in Dante :

' Nessun maggior dolore,

Che ricordarsi del tempo felice

Nella miseria '.

ylnferno, V, 121-U3);

PAGET TOYNBEE

but this is probably due to the fact that both Dante and Chaucer had in mind the siine passage in the De Consola ti otte Phìlosopliì(T of Boètius :

' Sed hoc est, quoti me reeolentem vehementius coquit. Nam in omni adversitate fortunae infelicissimum genus est inf irtunii, t'uisse felicem '.

(II, pr. 4..

An almost undoubted reminiscence of Dante occurs in this sanie third book of the Troilus, where Chaucer, descri- bing the approach of dawn. says (li. 14 19-1420):

And estward roos, to h'.m that coude it knowe. Fortuna maior '.

Dante, at the beginning of the nineteenth canto of the Pur- gatorio (11. 4-6), speaks of the sanie phenomenon in the sanie connexion :

' Quando i geomanti lor maggior fortuna Veggiono in oriente, innanzi all'alba. Surger per via che poco le sta bruna '.

In the Parlia ni cut of Foids (written probably in 1382) are several unmistakeable reminiscences of Dante. Thus in lines 85-88, speaking of the fall of evening, Chaucer says :

' The day gan fai'en, and the derke night, That reveth bestes from hir besinesse, Berafte me of ray book for lakke of light ',

which is an evident imitation of the beginning of the second canto of the Inferno :

' Lo giorno se n'andava, e i'aer bruno

Toglieva gli animai che sono in terra

Dalle fatiche loro '.

(U. 1-3).

THli EARLIEST IÌEFEREXCES TO DANTE IX ENGLISH 85

Again, in lines 169-170 Chaucer savs of his conductor Scipio, who had brought him to the entrance of the ' parke walled with grene stoon ',

With that ray hond in his he took anoon, Of which I comfort caughte, and wente in faste ' ;

just as Dante says of Virgil, when they have passed through the entrance into the city of Dis,

' Li sua mano alla mia pose, Con lieto volto, ond' io mi confortai '.

The inscription, too, with its thrice repeated ' Thorgh me men goon ' (11. 1 2 7 ff.), seen by Chaucer over the gate in his dream, is obviously suggested by the inscription over the gate of Hell recorded by Dante :

' Per me si va nella città dolente.

Per me s va nell'eterno dolore,

Per me si va tra la perduta gente ' etc.

(Inferno, III, 1 ff.).

The most beautiful, perhaps, of ali the passages borrowed by Chaucer from Dante is the translation of part of St. Bernard's prayer to the Virgin Mary, which under the title Invocatio ad Mariam forms part of the Prologue to the Second Nun 's Tale. Two lines of this praver (omitted from the present passage) are introduced into the third book of Troilas and Cressida, as has already been noted ^.

Chaucer's rendering of the prayer is as folli WS :

' Thou mayde and mooder, doghter of tliv sone, Thou welle of merey. sinful soules cure, In whom that God, for bountee, chees to wone,

1) Sec abovc, p. 82-3.

86 PAGET TOYNBEE

Thou humble, and heigh over every creature, Thou nobledest so ferforth our nature. That no desdeyn the maker hadde of kinde. His sone in blode and flesh to clothe and winde.

Withinne the cloistre blisful of thy sydes Took mannes shap the eternai love and pees,...

Assembled is in thee magnificence

With mercv. goodnesse, and with swich pitee

That thou. that art the sonne of excellence,

Nat only helpest hem that preyen thee.

But otte tvrae, of thy benignitee,

Fui frelv. er that men thyn help bissche

Thou goost biforn, and art hir lyves leche '.

(11. 36-44, 50-56).

The originai is to be found at the beginning of the thirty- third canto of the Paradiso :

' Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,

Umile ed alta più che creatura,

Termine fisso d'eterno consiglio. Tu sei colei che l'umana natura

Nobilitasti sì, che il suo Fattore

Non disdegnò di farsi sua fattura. Nel ventre tuo si raccese l'amore.

Per lo cui caldo nell'eterna pace

Così è germinato questo fiore. Qui sei a nei meridiana face

Di cantate, e giuso intra i mortali

Se': di speranza fontana vivace.... La tua benignità non pur soccorre

A chi domanda, ma molte fiate

Liberamente al domandar precorre. In te misericordia, in te pietate,

In te magnificenza, in te s'aduna

Quantunque in creatura è di bontate '.

(11. 1-12, 16-21).

THE BARLIBST REFERENXES TO DANTE IX ENGLISH 87

Another adaptation of these Jast six. lines is introduced into the Prologue to the Prioresses Tale :

* Lady! thy bountee, thy magnificence. Thy vertu, and thy grete humilitee

Ther may no tonge expresse in no science ;

For som-tyme, lady, er men praye to thee,

Thou goost biforn of thy benignitee.

And getest us the Iight, thurgh thy preyere,

To gyden us un-to thy sone so dere '.

(11. 22-28).

In addition to ali these imitations and translations there are many phrases and expressions in Chaucer which it is easy for the student of Dante to recognise as echoes from the Di- vini- Commedia. Some of the more striking of these, which have been noted by Cary and others, may be recorded here, together with a few which I believe are now noted for the first time '>.

In the Parlìament of Fowls the description (11. 201-203) of the breeze blowing in harmony with the singing of the birds,

Therwith a wind, unnethe hit might be lesse, Jlade in the leves grene a noise softe Acordant to the foules songe on-lofte ',

recalls the similar description in the twenty-eighth canto of the Purgatorio (11. 14 ff.) :

' Gli augelletti per le cime.... Con piena letizia l'ore prime,

Cantando, ricevièno intra le foglie, Che tenevan bordone alle sue rime '.

1) I have omitted thosc which occur in the House of Fame because these \vill be found collected in the article by Rambean already mcntioncl sce above. p. 78, note 1).

PAGET TOYNBEE

At the beginning of the Legend of Dido (in the Legend of Good Women) Chaucer thus apostrophizes Virgil :

' Glory and honour, Virgil Mantuan, Be to thy name ! and I shal, as I can, Folow thy lantern, a-i thow gost biforn '.

(11. 1-3).

This seems to have been suggested by the beautiful pas- sage in the twenty-second canto of the Purgatorio, in which Statius tells Virgil that he became a Christian through reading the famous lines in the fourth Eclogue,

' Magnus ab integro sse:lorum nascitur orcio ', etc.

and in which he compares Virgil to a man who bears a lan- tern behind him, leaving himself in the dark, but lighting the way for those who come after him :

' Appresso Dio, m'.illum'nasti.

Facesti come quei che va di notte,

Che porta il lume retro, e non giova,

Ma dopo fa le persone dotte '.

(11. 66-69).

The expression in the same poem (1. iS i) ' the swolow of helle ' recalls Dante's ' l'ampia gola dell' inferno ' (in the Purgatorio, XXI, 31-32).

In the Legend of Hypermnestra (1. 77) Chaucer's

' Al the golde under the colie mone ', translates Dante's

' Tutto l'oro eh' è sotto la luna *.

{Inferno, vii. 64).

THE EARLIEST REFEREN'CES TO DAXTE IN EKGLISH 89

In the Knight's Tale, in a description of sunrise, Chaucer says (11. 635-636):

' And fyry Phebus ryseth up so brighte That al the orient laugheth of the lighte '.

This is an adaptation of what Dante says in the first canto of the Purgatorio (11. 19-20) in his description of the planet Venus shilling in the sky at dawn :

' Lo bel pianeta, che ad amar conforta, Faceva tutto rider l'oriente '.

The beautiful line in the same tale (1. 903),

' For pitee renneth sone in gentil herte ',

which occurs several times again in Chaucer l\ is an echo of the line put by Dante into the mouth of Francesca da Ri- mini in the fifth canto of the Inferno (1. 100):

' Amor, che al cor gentil ratto s'apprende '.

The description, in the Knights Tale again (11. 1479- 1482), of the wet brand in the fire hissing and dripping,

' It made a whistelinge, As doon thise wete brondes in hir brenninge. And at the brondes ende out-ran anoon Às it were blody dropes many oon ' ;

is an imitation of the passage in the thirteenth canto of the Inferno (11. 50-44), in which Dante relates how he plucked a branch from mie of the trees in the wood of suicides, and how from the branch issued drops of blood and hissing words :

1) Cf. Merchant s Tale, 1. 742; Squirc's T.Uc, 1. 479; also Man of Law's Tale, I. 660.

7

90 PAGET TOYNBEE

' Come d'un stizzo verde, che arso sia Dall'uri de' capi, che dall'altro geme, E cigola per vento che va via ; della scheggia rotta usciva insieme Parole e sangue '.

Lastly, in the Monk's Tale (I. 487) Chaucer says of Nero,

His lustes were al lawe in his decree ' ;

which is borrowed from vvhat Dante says of Semiramis in the fifth canto of the Inferno (1. 56) :

' Libito fé' licito in sua legge ' ;

a line which is literally translated from a phrase of Orosius concerning the sanie queen, viz ' ut cuique libitum esset li- berum fieret '. (I, 4, § 8).

This list of Chaucer's obligations to Dante, which does not pretend to be ex.haustive, shows that the English poet had made himself familiar with ali three divisions of the Di- vina Commedia. Of the nineteen passages quoted above as having been translated from, or suggested by Dante, Chaucer was indebted for nine to the Inferno, for six. to the Purgatorio, and for four to the Paradiso. His most considerable efforts in the way of translation are the versions of the Ugolino episode in the Monk's Tale, and of St. Bernard's prayer to the Virgin in the Secotid Nun's Tale, representing, the one, thirty-two lines, the other, eighteen lines, of the originai.

It is noteworthy that, with the exception of the Canzone in the fourth book of the Convivio, of which Chaucer, made use in the Wife of Batli's Tale1', neither Chaucer nor the succeeding generations of English writers for nearly two hun-

1) See above, p. 78, n. 2.

THE EARL1EST REFEREXCES TO DANTE IN ENGLISII 91

dred, years showed a knowledge of any other work of Dante besides the Divina Commedia. It is not till we come to the sixteenth centurv that we find any reference in English Ince- rature to Dante's prose vvorks.

To Chaucer's contemporary and friend, ' moral ' Gower, Dante appears to have been little more than a name. In the Confessici Amantis (written probably about 1390) Dante's name is mentioned, it is true, but only in connexion with an anec- dote, which is introduced into the discourse on flatterers in the seventh book. In his marginai note opposite the passage (which is omitted from the last recension of the poem) Gower writes : ' Nota exemplum cujusdem poetae de Ytalia, qui Dante vocabatur '. The account he gives seems to have been adapted from the anecdote related by Petrarch in the second book of his Res Memorandae :

' How Dante the poete answerde To a flatour, the tale I herde. Upon a strif bitwen hem tuo He seide him: ther ben many mo Of thy servantés than of myne. For the poete of his covyne Hath non that wol him clothe and fede, But a flatour may reule and lede A king with al his lond aboute '.

(11. 2329--2337').

There is one passage in the Confessio Amantis which ap- pears to have been derived, directly or indirectly, from Dante, though Gower as a matter of fact gives Seneca as his autho- ritv. As, however, the passage has not been identified in any of Seneca's works, apocryphal or otherwise, we may safely conclude that Gower's attribution of it to that author is one of the numberless ' wrong references ' which so frequently harass the student of mediaeval writers, owing to the habitual laxness of the latter in the citation of authorities.

PAGET TOYNBEE

The passage in question, vvhich occurs in the second book of the Confessio (11. 3095-3097), is as follovvs :

' Senec witnesseth openly How that Envie proprelv Is of the Court the cornuti wenche '.

The same sa)fing, with the substitution of ' ly sages for ' Senec ' as the authority, occurs in Gower's French poem, Le Mirour de V Ornine, recently discovered and edited l> by Mr G. C. Macaulay :

' Sicomme ly sages la repute.

Envie est celle peccatrice,

Qu' es nobles courtz de son office

Demoert et est commune pute '.

(11. 3831-3834).

These lines bear a very dose resemblance to Dante's de- scription of Envy in the thirteenth canto of the Inferno, which has already been quoted 2) as one of the passages imitated by Chaucer. Whether Gower borrQ»ed the quotation from Chaucer, or derived it direct from Dante, it is impossible to say. If he was indebted to Dante for it, it is remarkable that no other instances of his indebtedness to the same source should have been traced in the seventy thousand lines which are contained in his various vvorks. 3)

1) Oxford, at the Clarendon Press, 1899.

2) See above, p. 81.

3) There is possibly a reminiscence of Inferno, v. 121-123:

' Nessun maggior dolore. Che ricordarsi del tempo felice Nella miseria *

in the second book of Gower's Vox Claniantis (li. 67-68) :

* Est nam felicem puto maxima pena fuisse, Quam miser in vita posset habere sua '.

Gower may, however, have borrowed the sentiment from the passage in Chaucer's Troilus andCrcssida quoted above; or he may have taken it direct from Boetius, who was Dante's, if not Chaucer's, authority. (See above, pp. 83-4).

THE EARLIEST REFERENCES TO DANTE IN ENGL1SH

Lydgate, on the other hand, the monk of Bury, who was born in the lifetime of Petrarch and Boccaccio, and was about thirty when Chaucer died (1400), several times mentions Dante, and on one occasion refers to the ' thre bokes ' of his Divina Coni medili. In a manuscript account of Lydgate preserved in the British Museum (Harl. 4826. 1.) it is stated that 'he was a great ornament of ye English toung, imitating therein our Chaucer. To this end hee used to reade Dante ye Italian, Alan ye French Poet, and such like, which hee diligently trans- lated into English '. In spite, however, of this positive state- ment, and of certain superficial resemblances to Dante in the Tempie of Glas and the Assembly of Gods, it is probable that Schick is right in his opinion that Lydgate hardly knew more of Dante ' than the mere name and title of his great poem ' ".

Lydgate's references to Dante (three in number) occur in his most important work, the Falls o/Princes, which is a loose metrical version of Boccaccio's De Casibus Illustrium Virorum. The first mention of Dante L found in the Prologue of the translatour, where Lydgate apostrophises his ' maister Chaucer, and makes the somewhat bold assertion that among his other works Chaucer wrote also

' full many a day agone Daunt in Englysch ' 2).

(ed. 1527, sig. Aiii.

The next, which occurs in the Prologue of the fourtlie boke, is interesting as containing the reference to the Divina Commedia already mentioned :

1) See Schick's introduction to his edition of Lydgate's Tempie of Glas, p. CXVI.

:) This statement that Chaucer translated Dante into English, which is found, in one form or another, in most of the carly notices of Chaucer, has given rise to con- sideratile dilTcrencc of opinion; for a discussion of the question, see Lounsbury's Studici m Chaucer, Voi. II, pp. 236 ff.

PAGET TOYNBEE

Writyng causeth the chapelet to be grene

Bothe of Esope and of Juvenall ;

Dauntes labour it dothe also sustene

By a reporte very celestiali

Songe among lombardes in especiall,

Whose thre bokes the great wonders teli

Of hevyn above, of purgatorie and of hell.

(ed. 15:;, fol. XCIX).

Lvdgate's third reference to Dante has no independent significance, as it is merely an amplification of what he found in his originai. But it is worth reproducing here, side by side with the passage from the De Casibus, an an illustration of L)rdgate's poetical method. Boccaccio gives a bare recital of hovv Dante appeared to birri, as he was contemplating a crowd of miserable victims of fortune, and how in response to his offer to write an account of Dante's wrongs at the hands of the Florentines, Dante urged hiin instead to record the cruel oppression of the Florentines hy Walter, Duke of Athens. as a warning to his fellow citizens :

Quum nec numero dolentium finis adpareret : et venientem cernerem clarissimum virum et amplissimis laudibus extollendum Aligerium Poetam insignem. Cujus quamprimum reverendam faciem et conspicua patientia re- fulgentem adspexi, surrexi illieo, et obvius factus dixi : Quid civitatis no- stra decus eximium has inter lacrymas dolentium merito spectabilis man- suetudine veteri graduiti trahis ? Es^et ne ti bi mens ut post patrium clarum genus tuum et opera memoratu dignissima furiosam ingrata; patria; re- pulsane laboriosam fugam, longum exilium, et postremo ccelo sub alieno te clausisse diem describerem ? Scis pater optime quod tenues tanto oneri mihi vires sunt. Cui ille : Siste, fili mi. tam effluenter in laudes meas ef- fundere verba; et te tam parcum tuarum ostendere. Novi ingenium tuum. Et quid merear novi. Veram non ille mihi nunc animus quem tu reris. Nec tamquam a Fortuna vi-tus ut describar advenio. Sed fastidiens civium nostrorum socordiam ne illatorem perpetui eorum dedecoris prseterires ostensurus adeessi. Ecce igitur, vide p3St tergum sequentem me dome- sticam pestem et inexpiabilem Fiorentino nomini labem. Hunc moresque ejus

THE EARLIEST REFERENCES TO DANTE IN EXGLISH 95

et casum, si quid mihi debes, describas vaio ; ut pateat posteris quos ex- pellant, quosque suscipiant cives tui. Responsurus eram: set jam ab oculis abierat. Et prsemonstratum lento gradu venientem adverti. Novique eum Galterium, ducem olim Athenarum, exitialem Florentinorum tyrannum.

Out of this bald narrative Lydgate constructs the following lively picture :

And in bis study, with full hevy chere. Whyle Johnn Bochas bode styll on his sete, To him appered, and gan approche nere, Daunt of Florence, the laureate poete, With his dyties and rethoriques swete, Demure of loke, fulfylled with pacience, Wit a vysage notable of reverence.

Whan Bochas sawe htm, upon his fete he stode And to mete him he toke his pase full right With great reverence, avaled cappe and hode To him sayd, with humble chere and sight : O clerest sonne. O very soothfast lyght Of our cytc, which called is Florence, Laude be to the. honour and reverence.

Thou hast enlumyned Itayle and Lombardy,

With laureate dytees, in thy flouring dayes.

Grounde and gynnyng of prudent policy

Mong florentynes, suffredest gret affrayes

As golde pure, proved at ali assayes,

In trouthe madest mekely thy selfe stronge.

For common profìte, to suffer payne and wronge.

0 noble poete, touchyng this matere Howe florentynes to the were unkynde,

1 wyll remembre and write with good oliere Thy pytotis exyle, and put bere in mynde. Nay. quod Daunt, bere stante one behynde Duke of Athenes, turne to him thy style llis uncouthe story brevely to compyle.

9* PAGET TOYNBEE

And if thou lyst. do me this plesaunce

To discryve his knightly excellence

I wyll thou put his Iyfe in remembraunce

Howe he oppressed by mighty vyolence

This famous cyte called Florence

By whiche story, playnly thou shalt se

Whiche were frendes, and foes to the cyte.

And whiche were able to be excused

If the trouthe be clerely apperceyved

And whiche were worthy to be refused,

By whom the cite full falsly was deceyved,

The circumstaunce notably conceyved

To reken in order by every syde

Whiche shulde be chaced. and whiche shulde abyde.

And whan Bochas knewe ali thentencion Of the sayd Daunt, he cast him anone right To obey his mayster, as it was reason, Toke his penne, and as he cast his sight A lyte asyde, he sawe no maner wight Save Duke Gualter. of ali the longe day, For Daunt unwarly vanisshed was away.

(Front Use XXXII chapter of the nynth Boke).

Lydgate died about the year 1450. I think I may say with certainty that Dante's name does not again appear in English literature until the beginning of the sixteenth century l\ For the purposes of the present article, therefore, so far as the earliest references to Dante are concerned, Lydgate may be taken as the termiiuis ad quem r>.

1) Occleve, Lydgate's contemporary, seems to have had no acquaintaoce whatever with the writing-s of Dante. He certaìnly never mentions Dante.

2) It may not be out of place to mention here that amoDf the books presented by Humphrey Plantag:net, Dnke of Gloucester (youngest son of Henry IV of England), to the University of Oxford on Feb. 25, 1443 were Commentario, Dontes and Librimi Dantes, thus showing that even in those days a copy cf Dante was regarded as indispensable in a well-equip: ed library.

THE EARLIEST REFERENCES TO DANTE IX ENGLISH 97

The earliest specimen of the Italian text of the Divina Commedia printed in an English book appears to be a single line from the Inferno (XXVIII, 22), which occurs in Robert Peterson's translation (published in 1576) of the Galateo of Giovanni della Casa. Sir John Harington quotes Inferno, I, 1-3, in the Allegorie of the Fourth Booke of his translation (pu- blished in 1591) of the Orlando Furioso ; and gives the following rendering of the lines :

While yet my life was in her middle race, I found, I wandred in a darkesome wood, The right way lost with mine unstedie pace.

Robert Tofte quotes Paradiso, I, 34 (' Poca favilla gran fiamma seconda ') on the title-page of his Laura : the Toyes of a Tr aveller ; or, the Feast of Fancie (published in 1597); and he quotes and translates the first three lines of the can- zone ' E' m' incresce di me ' (Canz. XIII in the Oxford Dante) in his Blazon offealousie (published in 16 15), which is a trans- lation of Benedetto Varchi's Lettura della Gelosia. John Florio in the second edition of his ' Dictionarie of the Italian and English tongues ', which he published in 16 11 under the title of Queen Anna's New World of Words, quotes Inferno, IH, 95-6 as an instance of the passive use by Dante of vuoisi.

The first quotation of any length by an English author from the Italian text of Dante occurs in the Hierarehie of the blessed Angells by John Heywood (published in 1635). This passage {Inferno, XXXIV, 28-54) is bere reproduced ver- balivi. Ut ter ali in, and pìinctuatìm, as a literary curiosity, after Heywood's text, together with the introductory lines of the English poem immediately preceding it :

98 PAGET TOYNBEE

Of the Rebellious. Lucifer is prime

Captaine and King : who in the first of Time,

From out the severail Classes had selected

Legions of Angels, with like pride infected.

Against Jehovah ; and with expedition

Hurld them with himselfe headlong to perdition.

And as in the Creation he was form'd

More glorious far than others before nam'd ;

More goodly featur'd beautifull, and bright,

And therefore had his name deriv'd from Light :

So since his Fall, there's nothing we can stile

So ougly foule, abominably vile ;

The putred Fountaine, and bitumenous Well.

From whence ali Vice and malefactures swell.

YV'hose horrid shape, and qualities infest.

Are bv the Poet Danies thus exprest :

L' Imperador del Doloroso Regno,

Da mezo l petto vsciva Della diaccia. Et più ch'Hn Gigante, io li cmuegno

Che Giganti, nono fan conte li sue Braccia Vedi Hoggimai quatti* 'esser Dee quel luti > Ch'a Cosi fatta parie si confaccia

Se fu si bello come e Hora brutto

E conlra al suo fattore alzo le Ciglia Ben de da lui proceda ogni tutto,

G quanto parve a me- gran meraviglia Oliando vide tre faccie a la sua testa L'ima dananzia, <f- quella era vermiglia

De l'altre due che s'agginuge ano V a questa, Sour esso almeza Di Ciascuna spalla Es' aggiunge ano 2) al sonino de !a Cresta

La destra mi parca trabianca gialla. La sinistra al vedere, era tal quali Veugon di la onde 'l nilo s' aunalla

1) For non fan con le !

2) For s'aggiiiugeaiw !

THE EARHIÌST REFEREXCES TO DANTE IX ENGLISH M

Sotto Ciascuna vsciuan l'ite grand Ali

Quant > si Conveniua a tanto ocello

Vele di Mar, non vidi Mai Cottili Non Haveau penna Ma di vcspertello,

Eia lor modo d- quelle ni fu Alzana 0

Si che Ire venti si movean de elio. Quindi Codio tutto s'Aggettava

Con sei occhi piangena, de con tre menti

Gocciava il pianto d- sanguinosa Baita.

(ed. 163', pp. 412 tt.).

From this specimen it is evident that neither Heywood nor his printer can have had much knowledge of the Italian language, unless we are to assume that Heywood trusted en- tirely to his printer. At any rate there is no mention of any of these grotesque blunders in the list of errata at the end of the volume.

The earliest reference to Dante's prose works in English literature that I have discovered so far occurs in the trans- lation of Gelli's Capricci del Bottaio, published in 1568 by William Barker. under the title of The Fearfull Fansies of '///e Fiorentine Couper. In this work several passages (quoted by Gelli) from ' Dante's Banquets ' (the Convivio) are translated by Barker. The earliest independent quotation (that is, in an originai, not a translated work) from the Convivio is in George Whetstone's A Mirour for Magcstrates of Cyties (published in 1584), where, speaking of the untrustworthiness of the vox populi, he says :

I omyt Themistoctes, Pholion, and many mo. whom Histories record, to s'iewe the light Judgementes of Commons ; Dante, the Italian Poet, saith fui truely of them : it is seldom seene, that the people crye not : Viva la mia morte, muoia 2) la mia vita : Let live my death : let die my lyfe 3) (fol. :i).

1| For quelle svolazzava /

-) Misprinted innoia.

3J Scc Convivio, l, 11, U. 52-56.

PAGET TOYNBEE

YVhetstone introduces this same quotation into another work of his, The Esiglish Myrror, which was published in 1586.

The earliest reference to the De Monarchia (though not by name) occurs in the second edition (1570) of John Foxe's Actes and Monumentes, more commonly known as the ' Book of Martyrs ' :

Dantes an Italian writer a Fiorentine, lyved in the tyme of Ludovicus themperour, about the yeare of our Lord 1300.... Certayne of his writinges be extant abroade, wherein he proveth the pope not to be above the Em- perour, nor to have any right or jurisdiction in the empyre. He refuteth the Donation of Constantine to be a foreged and fayned thing, as which neither dvd stand wit any law or rvght.

(foli. 485 b ff.).

This is an obvius allusion to Dante's discussion of the re- lations between the Pope and the Empire in the third book of the De Monarchia (see, especially, chapters io, 13, 14, and 16).

The first actual mention of the De Monarchia is to be found among the notes written by Milton in his common-place book about the year 1637. The entry, which occurs on fol. 182 under the heading Rex, is interesting for several reasons. It runs as follows :

Authoritatem regiam a Papà non dependere scripsit Dantes Floren- tinus in eo libro cui est titulo Monarchia, quem librum Cardinalis del Poggietto tanquam scriptum h^reticum comburi curavit, ut testatur Boc- catius in vita Dantis, editione priori, nam e posteriori mentio istius rei omnis est deleta ab inquisitore.

Besides the mention of the De Monarchia '), we have here the earliest reference to Boccaccio's Vita di Dante. The « editio

1) lt may be noted here that, some eighty years before this, John Baie, an English- man, in his Scriptorum Illustrium majoris Brytannic Catalogus (published at Bàie, 1557-1559) had quoted from the notice of Dante by Raffaello Maffei di Volterra the pas- sage rclating to the De Monarchia: < Dantes Aligerus.... opusculum scripsit de Monar- < chii. In quo fuit ejus opinio, quod Imperium ab ecclesia minime ciependeret ».

THE EARLIEST REFERENCES TO DANTE IX ENGLISH 101

posterior » spoken of by jSlilton must be that of Sermartelli, published at Florence, together with the editio princeps of the Vita Nuova, in 1576. This edition, in which no mention what- ever is made of the De Monarchia, bears the imprimatur of ' Fra Francesco da Pisa Min. Conv. Inquisitor Generale dello stato di Fiorenza '. The first edition of Boccaccio's Vita di Dante appeared at Venice in 1477 in the edition of the Di- vina Commedia printed by Vindelin da Spira. Milton cannot be referring to the different versions of Boccaccio's work, one of which (commonly known as the Compendiò) is briefer than the other, inasmuch as the passage about the burning of the De Monarchia as a heretical book occurs in both. The De Monarchia itself had been placed on the index by Pope Pius IV in 1564.

To the De Vulgari Eloquentia and the Vita Ntwva there are no references in early English literature, which is not surprising, seeing that the editio princeps of the former (in Trissino's translation) did not appear till 1529 ; while the Vita Nuova, as we have seen, was not published till nearly fifty years later. The first reference to the Vita Nuova apparently occurs in The Passe nger, a book of dialogues in Italian and English, published in 16 12 by one Benvenuto. In a discussion as to the nature of love Benvenuto concludes :

Ploiinius said, that it was an action of the soule. that desired what is good : and Datile, a gentle heart : and wee will say, that Love is the same. (p. 545).

This seems an obvious allusion to the sonnet in the Vita Nuova beginning « Amore e '1 cor gentil sono una cosa » (Son. X).

The De Vulgari Eloquentia appears to have been prac- tically unknown in England until the eighteenth centurv, when the poet Gray made himself familiar with it, and introduced

102 PAGET TOYNBEE

quotations from it into his Observations oh English Metre, and Observations oh the Pseado-Rhxthmiis, both of which were vvritten in 1 760-1 761, though not printed until 1814.

One at least of Dante's canzoni, viz. that prefixed to the fourth book of the Convivio (' Le dolci rime d'amor '), was known to Chaucer, as has already been pointed out '). This sanie canzone is mentioned by Milton in his common-place book (1637), where under the heading Nobilitas he remarks :

Dantes Florentinus optimè tractat de vera nobilitate canzon. 4 2).

The only other canzone mentioned in English literature, so far as I am aware, before the eighteenth century is that be- ginning ' E' m' incresce di me malamente ', the first three lines of which, as we nave already noted 3), are quoted and translated by Robert Tofte in his Blazoìi of Jealousie (16 15). His rendering is as follows :

So much I sorrow for my selr'e

And in so high degree ■*) As pitty brings as much of griefe

As tortors doe to me.

None of the commentaries on the Divina Commedia seems to have made an appearance in English literature before the seventeenth century. Florio in the second edition of his dictio- nary (16 n) mentions those of Boccaccio, Landino, Vellutello, and Daniello, among the authorities read for the purpose of his work. Heywood, in his Hicrarchie of the blessed Angells

1) See above, p. 78, n. ;.

2] Milton doubtless refers to it as " Canzone 4 ' because it is the fourth in order of the canzoni printed by Sermaitelli at the end of his edition of the Vita Nuova, with which, as we know, Milton was acquainted (see above, p, 101).

3) See above, p. 97.

4) For malamente in the first line, Tofte reads and translates altamente.

THE EARLIEST REFEREXCES TO DANTE IN* ENGLISH 103

(1635), devotes nine lines to interpreting the names of the devils mentioned by Dante mln/erno, XXI, 118-123. the ex- planations of which are taken from Landino, though his name is not mentioned by Heywood. From the same source are taken Heywood's explanations (in his seventh book) of the va- rious biblical names for the devil, such as Belial, Beelzebub, Sathan, etc. The commentary of Daniello da Lucca (published at Venice in 1568) is quoted by Milton in his common-place book under the heading De usura, the reference being to Da- niello's note on Inferno, XI, 100 ff. The Latin translation of the Divina Commedia which accompanied the commentary of Giovanni da Serravalle ' written at the beginning of the fifteenth century at the instigation of two English bishops ' is quoted (apparently) 1} by Bishop Stillingfleet in his Origines Sacra; (1662). The earliest commentaries (save that of Boccaccio, which is mentioned by Florio) appear to have been quite unknown in England before the nineteenth century ; yet manuscripts of some of them at least must have found a place in English libraries at an early date, as is proved by the gift of Com- tnentaria Dantes by Duke Humphrey of Gloucester to the Uni- versity of Oxford in 1443 2), by which date at least a dozen well-known commentaries were in existence, including those of Jacopo della Lana, Boccaccio, Benvenuto da Imola, Francesco ila I Ulti, and the anonymous commentaries known as the Ottimo Cornai to and the Anonimo Fiorenti no.

In spite of the fact that England had to wait until the beginning of the nineteenth century •'> for a translation of the Divina Commedia, whereas Spain and France possessed ver-

1) Sce my note on A Latin translation of ti:,' < Divina Commedia' quoted by Stil- lingfleet in the Athenaeum for 30 Nov. 1901.

2) See above. p. 96, n. 2.

Henry Boyd published a translation of tlic wholc poem in 1S02 ; Cary's version I in 181-1; a version of tlic Inferno alone, by Charles Rogers, had appeared

in 17S2

104 PAGET TOYNBEE

nacular translations as early as the fifteenth century l\ it ma)' be doubted whether the works of Dante were not at Ieast as well known in England, during the period dealt with in this article, as in any other country of Europe, outside Dante's own native land. Xo other literature, we believe, at anv rate, during the sanie period, can boast of two authors, not natives of Italy, whose writings betray so intimate an acquaintance with Dante as those of Chaucer and Milton. From Chaucer and Milton the tradition has been handed on, faint and flick- ering at times, it is true, but stili unextinguished, until at the present day England counts herself second to Italy alone in her devotion to the study of the great Fiorentine poet.

Paget Toynbee.

For convenience of reference a tabular summary of the data furnished in the above article is appended below.

e. 1384. First mention of Dante in English literature (in Chaucer's House

of Fenici. e. 1386. First English translation from the Divina Commedia, and earliest

reference to the Canzoniere (by Chaucer. in the Wife of Baih's

Tale). 1568. Earliest translation from the Convivio (by William Barker. in

his version of Gelli's Capricci del Bottaio). 1570. Earliest reference to the De Monarchia (in Foxe's Acìes and

Monumcntes). 1576. First quotation of the Italian text of the Divina Commedia (in

Robert Peterson's translation of the Galateo of Giovanni della

Casa). 1584-6. Earliest quotations at first hand from the Convivio (in George

Whetstone's Mirour for Magestrates and English Myrror).

1 A Catalan translation of the fifteenth century, by Andreu Febrer, was published at Barcelona in 1S"8. For the early French translations, see Lts plus anciennes traduc- iions francaiscs de la Divine Comédie, edited by C. More! ,1S97).

THE EARLIEST REFERENCES TO DANTE IN BNGLISH 105

1591. Second quotation of the Italian text of the Divina Commedia (in Sir John Ilarington's translation of the Orlando Furioso).

1597- Third quotation of the Italian text of the Divina Commedia (in Robert Tofte's Toyes of a Traveìler).

1611. Earliest mention of the Commentaries on the Divina Commedia of Boccaccio, Landino, Vellutello, and Daniello (in Florio's se- cond edition of his dictionary).

1612. Earliest reference to the Vita Nuova (in Benvenuto's Passenger). 1615. Earliest translation from the Canzoniere (in Robert Tofte's

Blazon of Jealousie, translated from Varchi's Lettura della Ge- losia).

1635. John Heywood prints twenty-six lines of the Italian text of the Divina Commedia in his Hierarchie of the blessed Angells.

163". Earliest reference to Boccaccio's Vita di Dante (by Milton in his common-place book, which also contains references to the De Monarchia and Canzoniere, as well as quotations from the Divina Commedia*.

1760-1. Earliest reference to the De Vulgari Eloquentia (in Gray's Obser- witions on English Mette).

Xola aggiunta. Intorno all'uso che lo Chaucer fece di Dante, spe- cialmente nel suo poema allegorico La casa della Fama, scrisse in Italia Cino Chiarini. Vedi il suo articolo Dante e una visione inglese del Tre- cento, nella Rivista d'Italia del 1901, che ricomparve ritoccato in un volu- metto col titolo Di una imitazione inglese della Div. Commedia, Bari, La- terza, 1902.

R. R.

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Le conte de la Gageure dans Boccace

[Décamér., II, 9).

( IN a beaucoup écrit sur le conte de la Gageure et les nombreuses formes sous lesquelles il se présente dans la plupart des littératures européennes. Personne, toutefois, n'a en- core embrassé dans son ensemble ce sujet très vaste et très complexe •). J'essaierai peut-ètre de le faire quelque jour. Dans ce volume, dédié à un des hommes qui ont le plus fait pour l'é- tude scientifique et philosophique de la mythographie comparée, je me bornerai à esquisser un des chapìtres que comporte l'histoire du conte en question. J'ai choisi celui auquel appar- tieni la nouvelle bien connue de Boccace, et qui a des points de contact avec celui qui traitera du Cymbelìne de Shakspeare, dans la pensée qu'il offrirà quelque intérèt particulier à un savant qui est en mème temps un poète, à un Italien qui étudie avec amour la littérature de son pays. Toutefois il me faut indiquer à grands traits comment je me représente la forme primitive et revolution generale du conto.

I) Je ne veux pas charger cct article de notes bibliographiqu.es : on trouvera l'indi- cation de tout ce qui concerne le sujet jnsqu'en 1899 dans les notes jointes par M. J. Bolte aux Kìcincrc Schriflen de R. Kc'ililer. Ajoutez K.. Vosslcr, dans Ics Studiai zur verglcichendcn Liileraturgcschichte, t. II (1902), p. 155,

108 GASTOX PARIS

Le thème fondamental de toutes les variantes du conte de la Gageure est celui-ci : un homme se porte garant de la vertu d'une femme à l'encontre d'un autre homme qui se fait fort de la séduire; par suite d'apparences trompeuses, la femme semble avoir en effet cede au séducteur, mais enfin son innocence est reconnue. Je crois certain que dans la forme la plus ancienne, I, c'était un frère qui garantissait la vertu de sa sceur, et que le séducteur, abusé par elle, croyait réellement I'avoir possédée : cette forme comporte la substitution, par l'héroine, d'une autre femme à elle-méme dans le rendez-vous accordé au galant, et la mutilation (ablation d' un doigt) que celui-ci fait subir à la remplacante : la sceur prouve son innocence en montrant que sa main est intacte. Dans la forme secondaire, II, la sub- stitution et la mutilation sont remplacées par la production d'objets appartenant à l'héroine, que le galant s'est frauduleu- sement procurés, et par la description d'un signe qu'elle porte sur une partie intime du corps et qu'il a connu gràce à la complicité d'une subalterne; le galant est donc ici de mauvaise foi, tandis que dans I il était trompé ''. Dans un premier groupe, IP (divise lui-méme en plusieurs sous-groupes), il s'agit encore généralement d' une sceur, et c'est 1' héroi'ne qui réussit elle- méme à se faire rendre justice en accusant de voi son prétendu séducteur, qui jure ne I'avoir jamais vue et prouve ainsi qu'il l'avait calomniée 2\ Dans le groupe II8 et les suivants, c'est tou-

1) Tous les travaux iju'on a consacrés jusqu'ici au thème de la Gageure péchent par l'une de ces deux fautes, ou par les deux à la fois: ou bìen on a séparé la forme 1 (substitution, bornie foi du séducteur» de la forme U (indices, mauvaise foi du séducteur), qui en derive; ou bien on a rattaché le conte, dans la forme I ou dans la forme II, au thème de Barberine (femme emprisonnant des galants et les oblig-eant à un travati fé- minin), dont il est parfaitement distinct, bien qu'il ait plusieurs traits communs avec lui (~ur ce thème on peut voir mon étude intitulée : he lai de la Rose, Romania, t. XXIII, pp. 78-110).

2) Bien que je ne veuilte pas examiner ici les partics du sujet étrangères a mon propos actuel, je ferai une remarque sur les trois romans francais qui appartiennent à notre cycle. Le Conile de Poitiers, bien que le plus ancien, présente une version gravement

LE CONTE DE LA GAGEURE DANS BOCCACE 109

jours une épouse qui est l'héroi'ne : pour échapper à la ven- geance de son mari, elle prenci des habits d'homme, et la facon dont elle se justifie est autre (souvent un combat singulier livré par elle-mème ou par son mari, désabusé). Dans IIS la femme, également déguisée en homme, arrivo à posseder un grand pouvoir: elle force le traìtre à avouer son crime (II3 a); elle amène le traìtre à faire spontanément, à la cour d'un roi étran- ger, l'aveu de son crime (II3 b) ; elle prend à son service le mari (tombe dans la misere et qui ne la reconnaìt pas) et le ramène dans leur ancienne demeure, devenue celle du traìtre, celui-ci se vante Iui-mème de sa ruse et fait ainsi éclater la vérité (II3 e). Le groupe II3 b est constitué par le conte de Boccace, une nouvelle italienne anonyme du XIVe siècle, et un livret allemand, certainement de provenance italienne, du XYe siècle. La groupe II3 b est donc spécialement italien dans sa forme première ; mais II est bien probablement francais, tandis que I, dont II n'est qu'une transformation, est de provenance tout au moins byzantine, et probablement orientale.

La nouvelle de Boccace est bien connue ; je me borne à en roproduire le sommaire : Bernabò da Genova, da Ambro- giuolo ingannalo, perde il suo, e comanda che la moglie inno- cente sia uccisa. Ella scampi, e in abito d'uomo serve il soldano ;

altérce, non seulemcnt en ce que la sceur (conservée dans la plupart des versi II1! est devenue l'éponse, mais en ce que le ròle de l'hèroYne est tout passif, et que le dénouernent est amene, non par elle, mais par le mari, qui surprend l'aveu du traitre (je ne décide pas si l'omission du signe corporei représente un trait primitif ou une altéra- tion). Cctte branche tout à fait déviée est restée isolée, sauf que Gcrbert de Montreuil, dans son roman de la Violette, a refait le Comte de Poitiers en le combinant avec le roman de la Rose, ou de Guillaume de Dole, auquel il a emprunté le signe et sa forme de fleur (il a inventé la facon dont le traitre arrivc a le voir); le roman de Guillaume Je Dole appartiene avec un conte latin inédit du XIUC siècle, une nouvelle franeaise du XV' siècle (voycz Vossier, loc. cit.) et la comedia de Lopc de Rucda Eufemia, a un groupe particulier de II1 (dans ces quatre versions l'héroYnc est cncore la sceur et non l'é- pouse du héros, comme dans toute une serie de contcs italiens anciens et modernes qui appaniennent aus>i .1 Hm.

11 I GASTON PARIS

ritrova l'ingannatore, e Bernabò conduce in Alessandria, dove, V ingannatore punito, ripreso abito femminile, col marito riccia si tornano a Genova.

La nouvelle anonyme, imprimée d'abord par Lami d'après un manuscrit du XIVe siècle '', est donnée par lui comme l'o- riginai que Boccace aurait travestito; c'est aussi l'opinion de Zambrini 2), tandis que M. Landau est porte à croire que c'est l 'anonyme qui a imité Boccace. Plus récemment, M. Ohle, l'au- teur du travail de beaucoup le plus approfondi qu'on ait con- sacré à notre cycle (mais à une partie seulement) 3', a cherché à demontrer que Boccace avait travaillé uniquement sur la nouvelle anonyme. Mais son raisonnement a une base fort con- testale, à savoir que le récit italien aurait pour source les romans francais {Coìtile de Poitiers, Violette), qui appartiennent en réalité à un autre groupe du cycle; en outre il ne signale entre les deux nouvelles qu'une seule différence (qui indique- rait la priori de l'anonyme), et il en neglige d'autres au moins aussi importantes ; enfin il omet le livret allemand 4'. Ce livret, imprimé pour la première fois, avant 1489, à Xuremberg, doit étre compare aux deux nouvelles, auquelles il ressemble de fort près 3'. La comparaison, que j'ai faite dans le détail 5), aboutit à la conclusion que B (Boccace) et D (livret allemand) ont probablement une source commune, et que cette source et

1) Dans les Novelle letterarie pubblicate a Firenze, t. XVII (1756). Elle a été n im- primée dans l'Appendice all' illustrazione slorica del Boccaccio scritta da M. .Vanni (Milan, 1820) et dans Due novelle antiche anteriori al Decamerone del Boccaccio (Gènes, 1859, 25 exemplairesi.

2) Opere volgari a stampa. 4' ed. (Bologne. 1S84), col. 702.

3) Shakespeare' s Cymbeline und scine Romanischen Vorlaufer, Berlin, 1890, in-8, 94 p.

4) 11 est vrai que l'auteur ne prétend étudier que les antécédents romans de Crii;- belinc ; mais outre que cette restriction en soi est fàcheuse le livret allemand peut étre considéré comme italien et forme en tout cas un groupe avec Boccace et l'a- nonyme.

5) Je dois la communication de ce livre rare (orné de nombreuses et très amusantes figures) à l'obligeance de la bibliothéque royale de Berlin. Il a été traduit en néerlandais, en danois (et de en suédois) et en anglais.

6) Je ne donne ici de chaque récit que les traits qui sont utiles pour en apprécier les rapporta.

LE CONTE DE LA GAGEURE DAS5 BOCCACE 111

A (nouvelle anonyme) représentent deux dérivés parallèles d'un mime originai perdu; aucune des trois versions ne provient d'une das autres. Nous pouvons essayer de restituer cet ori- ginai avec Ics traits communs soit aux deux rédactions A et BD, soit à AB ou à AD; quand A et BD diffèrent, l'originai peut avoir été conforme soit à A, soit à BD; parfois une seule des versions paraìt avoir conserve la forme de l'originai.

Entre deux marchands italiens se trouvant à Paris, un Gé- nois et un Florentin (D) '*, s'engage un débat sur la vertu des femmes et en particulier de la femme du Génois: le Florentin gage une certaine somme de florins d'or qu'il la séduira dans un délai donne (ABD), et qu'il rapporterà des preuves certaines de son succès (AB).

Arrivé à Gènes, il se convainc bientót de la folie de son entreprise (BD), et il recourt à une ruse pour se donner l'air d'avoir réussi : il gagne une vieille, bien avec la dame, qui demande à celle-ci de garder trois jours dans sa chambre (ABD), pendant qu'elle fait un pèlerinage (AD) 2\ un grand coffre sont censés étre ses objets précieux : dans le coffre est enfermé le galant. La nuit, pendant que la dame dort, il sort du coffre, la découvre, et voit qu'elle a sous le sein gauche (AB) 3) un neo (ABD) avec alquanti peluzzi biondi come d'oro (B) 4* ; il s'etn-

\) Les trois textes s'accordent a faire du mari un Génois; le trattre est dans A d'A- lexanlrie, dans B de Plaisance, dans D seul de Florence : on comprend que les deux conteurs florentins lui aient donne une autre patrie.

2) B dit simplc-nent: come se in alcuna parte andar volesse, et traite tout cet épi- sode fort rapidemcnt.

3) Sotto la sinistra poppa B ; A donne ici sotto la poppa ritta, mais plus loin le mari parie a sa femme de ce neo sotto la poppa manca, et c'est bien la bonne lecon. D a ici une atténuation: c'est au bras que la dame avait ein schwarze Doten wertzel der si set schemi.

4) Boccace a ccrtainement ici conserve Seul un trait singulier de l'originai: ces polis qui cntourcntle signe se retrouvent dans plusieurs versions tout a fait indépendante3 (nouvelle de Feliciano Antiquario, contes italiens de Gonzenbach, de Pitrè, d'Imbriani, patraiìa de Timoneda, comedia de Lope de Rueda) et remontent donc a la forme pre- mière de la version li, le signe corporei a été introduit. Dans le conte de Pitrè, dans Timoneda et Rueda, la complice du traitre coupé meme les poils et Ics lui remet; ce trait, qui rappelle la mutilation de la version I, doit étre primitif dans II; dans le Cotnte

tiers et le conte d' Imbriani il est réduit a des cheveux ordinarrcs que coupé la com plice.

112 GASTON PARIS

pare en outre de quelques joyaux. Au bout des trois jours, la vieille fait reprendre son coffre (ABD).

Le galant revient à Paris et montre les joyaux au mari : celui-ci ne trouve pas la preuve suffisante, mais il se rend de- vant la description du nco (ABD). Il paio la gageure, et part pour Gènes, résolu à punir sa femme (ABD).

Arrivé dans son pays, il s'arrète dans une maison de cam- pagne qu'il a près de la ville et envoie un serviteur chercher sa femme, lui ordonnant de la tuer en route. Quand le serviteur annonce à la dame l'ordre qu'il a recu, elle implore sa pitie, et obtient de lui qu'il lui donne ses vétements masculins (AB), qu'il rapporte à son maitre ses vétements à elle en témoignage du meurtre, et qu'il la laisse aller, sous la promesse qu'elle s'é- loignera du pays (BD) ''. Le serviteur y consent (ABD).

La femme, habillée en homme, est recueillie sur le rivage par un vaisseau dont le capitaine la prend pour page (ABD). Ce capitaine porte des faucons au soudan d'Alexandrie (BD) ; le soudan voit le page, admire sa bonne gràce (ABD) et la facon dont il soigne les faucons (D) 2\ et le demande au capitaine (ABD). Il le prend de plus en plus en gre et lui donne une charge élevée (ABD).

1} A raconte les choses tout autrement: le mari revient a Génes, voit sa femme sans lui parler de rieri et lui dit d'aller a Ieur maison de campagne préparer un repas pour des hòtes qu'il attend; il la rejoint sur la route, et, dans un endroit isole, lui rcproche sa trahison; elle se défend, mais quand il lui parie du lieo qu'a décrit le séducteur, elle ne peut que dire qu'elle n'y comprend ricn. Le mari lui dit de suivre un serviteur, auquel il a secrètement ordonné de la conduirc a la mer et de I'y jeter après lui avoir ouvert les veines; mais quand le serviteur révèle à la dame l'ordre qu'il a recu, elle proteste de son innocence et obtient de lui qu'il l'abandonne sur un rivage dèsert, d'où elle s'é- loignera pour toujours, et qu'il prenne ses vctements, lui donnant les siens en échange. M. Ohle |p. 35) soutient par des raisonnements très spécieux que c'est le récit de A qui est l'originai : en ce cas ce serait l'auteur de la source de BD qui aurait fait le change- ment; mais je crois plutót que c'est A qui >'est éloigné de la source commune: l'au- teur a voulu mettre les deux époux en présence pour avoir une scène émonvante; seu- lement alors l'intervention du serviteur est asscz gauche: dans BD on comprend que le mari, n'ayant pas le courage de revoir sa femme, confie a un serviteur l'exccution de sa vengeance.

2) Ce trait, qui n'est que dans D, doit remonter au moins a l'originai commun de BD: il est préparé dans B par la mention des falconi pellegrini que le capitaine porte au soudan, détail qui sans cela n'a aucune raison d'étre. A raconte assez différemment cet épisode, il fait figurer non le soudan, mais le Grande Calte.

LE CONTE DE LA GAGEURE DANS BOCCACE

Un jour que la femme, devenue haut fonctionnaire du sou- dan, visite une foire à Alexandrie (AD) '', elle voit chez un mar- chand étranger, qui n'est autre que le traìtre, les objets précieux qui lui ont été dérobés (ABD) 2). Interrogò, le Florentin raconte complaisamment la ruse par laquelle il en est devenu p<>- seur (AD)3); la femme, comprenant ainsi ce qui lui est arrivò, dissimule, et réussit à retenir le marchand à Alexandrie en lui procurant accès etdébit à la cour (ABD). Puis elle trouve moy -n de faire venir son mari à Alexandrie (ABD) 4>, et un jour, ayant invite chez le soudan les deux hommes (ni le mari ni le traìtre ne se reconnaissent plus qu'ils ne la reconnaissent), elle fait ra- conter l'histoire par le Florentin (ABD) 5>: le mari apprend ainsi et déplore son erreur. Puis elle se met nue (AD) 6) et se fait reconnaìtre. Le traìtre est puni de mort, et les époux, comblés de présents par le soudan, retournent à Gènes, ils vivent heureux (ABD).

Il est probable que l'originai des deux versions A et BD a été redige, en italien, vers la fin du XIIIe siècle "'. Boccace l'a suivi assez fidèlement, et en a mème seul conserve au moins

1) Dans D la scène est au Caire (AUekeier); dans A la ville n*est pas nommée. Boccace seul met la foire (non mentionnée dans D) a Acre, la femme se rend et d'où elle ramène ensu^te le marchand italien a Alexandrie: ce détour est inutile.

2) Dans B et D le marchand expose ces objets parmi d*autres marchandises (dans B, fort bizarrement, il dit qu'il ne les veud pas, mais qu'il est prèt à les donner). Dans A il en fait l'enseigne de sa boutique, ce qui, camme l'a fait observér M. Ohle, rend plus vraisemblable que la femme les remarjue. Il est possible que ce soit la version pri- mitive.

3) Boccace a modifié ici notablement le récit. Chez lui, le marchand raconte, non la vérité, mais l'histoire mème qu'il avait racontée aumari: plus tard il redit la mème falde devant le soudan, et ce n'est que devant les menaces qu'il confesse enfm la vèrité.

4) Dans A elle va ellc-mème a Gènes, se lie avec son mari sans qu'il la reconnaisse, et le ramène en Orient. La version de BD, elle le fait chercher par un émissairc, est plus vraisemblable.

5) Comme on l'a vu plus haut (n. 3), dans Boccace il faut qu'elle mcnace le traìtre pour qu'il raconte la vèritè ; dans A!) il le fait sans se faire prier, l'ayant déjà racontée à la femme et, dans A, au soudan {Calie).

\ : il detto maliscalco si spogliò ignudato e mostrò com'ella era femmina; D: Jan ging als si Goti geschaffen hetfttr den ilinig un l die gest in dai sai, und niclites Jan die schain mi! einem seidentuch bedeckt. Dans B elle se contente de découvrir son

') En tout cas pas avant 1232, epoque furent frappés Ics premier» lìorins. puisjue dans les trois versions la gageurc porte sur une somme (variable) de florins d'or.

GASTON PARIS

un détail l); mais il a cru devoir y faire certaines modifica- tions: la plus importante est que chez lui le traitre ne raconte pas spontanément et pour s'en vanter son odieux stratagème, mais qu'il commence par répéter le mensonge par lequel il avait trompé le mari, et n'avoue la vérité, devant le soudan, que terrorisé par les menaces que lui adresse le pretendi; mi- nistre du soudan. L'auteur du Decameron a évidemment trouvé invraisemblable la fanfaronnade du traitre, et on comprend très bien qu'il en ait ainsi jugé ; toutefois non seulement l'accord de A et D, mais la comparaison d'autres versions de notre histoire 2) montre qu'elle devait étre dans l'originai 3).

*

La nouvelle italienne que nous avons restituée d'après la comparaison des trois dérivés qui nous en restent reposait pro- bablement sur une transmission orale. Elle avait sans doute été rapportée de France par des marchands italiens: il est ca- ractéristique que les personnages du récit, rois, grands seigneurs

1) Voy, ci-dessus, p. Ili, n. 4.

2) Dans tout le groupe IV e (poème hongrois du XVI* siede, conte allemand de Wolff, conte norvégien, conte gaélique), le traitre raconte spontanément, pour s'en vanter, le bon tour qu'il a joué (ce trait est omis ou très e:Tacé dans deux contes roumains, d'ail- leurs fort alter és, qui appartìennent au meme groupe).

3) Le fait que B et D ont une source e immune est protivé par leur accord presque Constant, et parfois très étroit malgré les divergences considérables introduites par D (ou sa source directe). On pourrait meme croire que D n'est qu'une adaptatìon libre de B, mais cette hypothese est txclu^ par l'accord de D avec A sur les deux points que j'ai sìgnalés (le traitre raconte dès l'abord la véritè, la femrae se met nue). On pourrait penscr aussì que l'originai de BD a non pas une source commune avec A, mais A pour unique source (ce serait reprendre sous une autre forme l* hypothèse de M. Ohlei. Mais je crois que plusieurs traits BD difèrent de A doivent étre considérés camme plus anciens. Ainsi dans A le séducteur, arrivé à Génes, n'e ssaie méme pas de se renseigner sur la dame, et recourt tout de suite à la ruse : il est bien plus naturel que, comme dans BD (d'une manière d'ailleurs differente, et plus primitive dans B|, il acquifere la conviction que sa gageure est perdue d'avance, et ce trait se r^trouve, sous une autre forme (le galant ne peu obtenir l'acces de la maison de la dame), dans beaucoup d'autres versions. J'ai déjà remarle que la facon dont le mari se comporte quand il revient à Gènes et le moyen qu'emploie la femme pour faire venir le mari auprès d'elle, qui diiTferent dans A et dans BD, paraìssent préférables dans cette dernifere version.

LE CONTE DE LA GAGEURE DANS BOCCACE

ou chevaliers dans toutes les autres versions anciennes, sont devenus ici de simples marchands de Gènes et de Florence lK Il y aurait maintenant à rechercher quelle pouvait ètre la forme francaise du récit auquel remonte, non sans avoir subì bien des changements, la nouvelle italienne du XLTIe siècle. Cette recherche m'entrainerait beaucoup trop loin. Je me bor- nerai à dire que la source, méme indirecte, de la nouvelle ne saurait ètre aucun des poèmes francais conservés. Le petit roman en prose du Roi Floìre et de la belle Jehannc (version d'aiileurs très altérée)' s'en rapproche au moins en ce que la femme s'ha- bille en homme ; plus voisin bien qu'encore très différent était le roman perdu qui a servi de source au « miracle de Xotre Dame par personnages », la femme non seulement s'habille en homme, mais passe au service d'un roi étranger 2); enfin, si, comme l'a conjecturé avec vraisemblance M. Ohle 3\ le Cymbelìne de Shakspeare remonte, pour la partie qui pro- vient de notre thème, à un récit anglais plus ancien, ce récit représentait sans doute un roman (francais?) perdu, qui, appa- rente de près à la source da miracle, offrait avec la nouvelle italienne de plus étroites analogies 4>. Je ne veux ici que mar-

1) Un semblable changemc.it de condition se produit souvent dans les contes qui, au moyen àge, ont passe de France en Italie: vovez par exemple le conte du Mari confessettf, récemmcnt étudié par M. de Bartholomaeis (Studj dedic. a E. Monaci, p. 203-214; cf. Ro- mania, t. XXXI, p. 605). L'histoire de cette nouvelle ressemble d'aiileurs à celle de la nótre en ce que l'on en possedè, à coté de la rédaction de Boccace (VII, 5), une ré- daction en vers, et que cette rédaction et celle de Boccace remontent à une mèrae source (perdue) d'origine francaise (Boccace a tratte son originai plus librement qu'ìci).

2) Dans le miracle comme dans la version D de notre nouvelle, le traìtre, arrivé dans la ville habite la dame, la rencontre allant a l'église. Cette cotneidence est sans doute purement fortuite: dans la nouvelle originale, le traìtre ne voyait pas la femme (AB); d'aiileurs dans D il se borne a la saluer, tandis que dans le miracle il s'entretient avec elle.

3) Apres Hertzberg (Ohle, p. 75, n. 1).

4i Je croi-, contrairement à M. Ohle, que ce récit (qu'il appello Posthumus) men- tìonnait le signe et la ruse du coffre. Il reste, à mon avis, une trace de Tun et de l'autre trait dans le conte de Kitt que M. Ohle juge avec raison derive de Posthumus. Silfi et le coffre étaient dans Posthumus, il n'y a plus aucunc raison de soutenir que Shak- speare ice qui est d'aiileurs peu vraisemblablc i a coniw en outre la nouvelle de Boccace. Le stratagème du coffre, en dehors de notre nouvelle et de Posthumus, ne se rctrouve plus quo dans un conte gaelique, dans les deux contes roumains indiqués plus haut (p. 114, n. 2), et, très altère, dans la ./usta Victoria de Fcliciano Antiquario. Il est possiblc que l'originai de Posthumus fùt italien et non francais et se rapprochùt de notre nouvelle.

116 G. PARIS: LE COXTE DE LA GAGEURE DANS BOCCACE

quer l'orientation generale que devrait suivre l' investigation critique de la place occupée par notre nouvelle dans le vaste cycle de la Gageure.

Ces brèves indications suffisent à montrer combien la ques- tion est compliquée. Elle est, en revanche, très attrayante, car, sans parler de l'origine mème et de l'inspiration du conte, un de ceux où, contrairement à l'usage, la lemme est glorifiée, ce conte a suscité en France et ailleurs des ceuvres vraiment intéressantes, et, après avoir été revètu de la merveilleuse prose de Boccace, il a finalement été consacré par la poesie de Shakspeare.

Gaston' Paris.

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